Contrarre il Codiv-19, la mia esperienza

3 Settembre, 2020
3 Settembre, 2020 Redazione

Il distacco da casa è angosciante, quanto di più doloroso sia possibile provare. Il momento in cui vieni isolato e prelevato senza poter salutare i cari è difficilissimo. Poi c’è un altro distacco, quello da te stesso, quello che avviene nel momento in cui ti intubano. Il Covid-19 è arrivato nella mia vita rapidissimamente, in modo inaspettato. Affidarmi totalmente alle cure dei nostri medici è stata la mia ancora di salvezza. Devo dire che siamo stati sempre molto attenti, da quando abbiamo capito la gravità e il reale pericolo di questa epidemia. Sin da subito ho cercato di far rispettare in modo rigoroso le norme di distanziamento e di chiusura di quasi tutti le attività nella nostra città, siamo stati tra i primi municipi umbri – senza casi positivi – ad attivare il Centro Operativo Comunale ed anche lo smart-working per quasi tutti gli uffici comunali.

Ma quello che mi dominava era un senso di incredulità. Vivere una pandemia, vedere le scene che arrivano dalla Cina era un qualcosa di incredibile, un qualcosa che forse avevamo visto nei film apocalittici, ma viverlo nella realtà è ben diverso. Poi è arrivato il 18 marzo. Una data che non dimenticherò mai. La mattina abbiamo avuto una riunione di Giunta in via telematica, come già accadeva da diversi giorni. Alle 18:30, pur senza sintomi particolari, mi sono misurato la febbre con un responso abbastanza perentorio: 38,5 gradi. Da quel momento non sono più uscito di casa, i medici mi hanno suggerito di prendere la Tachipirina per cercare di abbassare la temperatura, qualora non fosse febbre da Covid-19. Il tampone l’ho fatto sette giorni dopo e, siccome i parametri non erano per nulla buoni, i miei medici curanti – tra cui Daniele Rosignoli, infettivologo e concittadino oltre che presidente del Consiglio comunale – il 26 pomeriggio hanno ritenuto opportuno di ricoverarmi nell’ospedale di Foligno. Qui in due ore mi sono stati fatti i controlli e dopo la prima notte in ospedale la situazione è precipitata. Avevo una brutta polmonite bilaterale e i medici hanno deciso di trasportarmi a Terni per avere le cure opportune: qui, per fortuna, c’era un posto libero nel reparto di Terapia Intensiva.

Dall’esterno, da persona che cercava di informarsi attraverso i mezzi di stampa, ho sempre avuto la sensazione che in terapia intensiva ci si addormentasse per risvegliarsi sulla via della guarigione; purtroppo devo dire che non è così. Di fatto, durante i giorni di terapia, sono stato quasi sempre cosciente, più o meno con alti e bassi, proprio per questo sono molto vivi i ricordi delle voci attorno a me e non potrò mai dimenticare l’umanità del personale sanitario. I loro occhi, perché di fatto si riesce a vedere solo quelli, riescono a trasmettere davvero tanto, la forza che mi serviva per andare avanti. In quei momenti il ricordo più frequente, almeno per quanto mi riguarda, è la famiglia, perché la degenza in periodo pandemico è molto differente da quella di un periodo normale: il distacco da casa arriva in maniera dolorosa, perché siamo noi in primis che non possiamo avvicinarci, quindi il non poter abbracciare i miei cari, i miei genitori, mia moglie è un qualcosa che rimarrà a lungo nel mio cuore. Ovviamente tutto questo percorso lo possiamo affrontare oggi con la forza della scienza al servizio dell’uomo. Voglio infatti ricordare che sono stato curato principalmente con la terapia scoperta a Napoli (con il Tocilizumab, farmaco per l’artrite reumatoide scoperto dai medici degli ospedali Pascale e Cotugno di Napoli ed utilizzato in via sperimentale). Questa è una faccia della medaglia.

L’altra è costituita dalle preghiere che sono arrivate dalla gente, da chi mi conosce. Senza la fede, per quanto mi riguarda, è difficile riuscire ad affrontare queste prove. Il cammino è durissimo e, a parte un paio di giorni di incoscienza, il ricordo è vivo. In terapia intensiva è come vivere in un’altra dimensione. Ho sofferto moltissimo, ho pianto e non mi vergogno di dire che ho chiesto aiuto. Il fatto di essere cosciente e consapevole della mia situazione ha reso tutto maledettamente difficile. Non è semplice immaginare cosa si provi né tantomeno spiegarlo. Ovviamente tengo a precisare che questa è la mia esperienza, non so come l’abbiano vissuta gli altri, ma per me è stata un’esperienza forte e tanto difficile. Sono stato in terapia intensiva sei giorni, dal 27 marzo al 1° aprile. Il mio corpo successivamente è riuscito a reagire con forza e gradualmente sono stato trasferito al reparto Malattie Infettive dello stesso ospedale, dove sono rimasto fino alle dimissioni (dal 1 aprile al 15 aprile) e lì è iniziata finalmente la mia risalita.

Dopo due, tre giorni il mio decorso era sempre più buono, con sempre meno ossigeno ad assistermi durante il respiro. I tre giorni in cui mi sono veramente rialzato sono stati quelli tra sabato santo, domenica e lunedì. La forza che mi ha sostenuto è stata quella del ricordo dei miei familiari, di mia moglie e di tutti i miei amici e parenti che mi aspettavano fuori. “Decorso clinico: buono. Paziente vigile e orientato” la più bella cartella clinica che potessi leggere è arrivata dopo tanti giorni di sofferenza. Sono grato a tutti i medici che mi hanno aiutato e curato e proprio per questo voglio ringraziare il direttore Michele Palumbo e il dirigente medico Cinzia Di Giuli della Clinica di Malattie Infettive, oltre a Rita Commissari, direttore del reparto di anestesia e rianimazione.
Sono grato a loro e a tutta l’equipe medica e al personale infermieristico.
Ora sono in netta ripresa, devo in qualche modo dosare alcune attività, ma ho ripreso totalmente la mia attività di sindaco e sono fiero ed orgoglioso di parlare di questa esperienza. Non si può dimenticare e non si deve dimenticare, tantomeno non si può giocare con questo virus che non guarda in faccia il colore della pelle, il sesso, l’età, l’orientamento politico. Mi sento anche un piccolo partigiano a difesa della Sanità pubblica: non è stata la Sanità privata a salvare l’Italia e gli Italiani, ma l’ospedale di Terni i tanti ospedali pubblici italiani. La vera battaglia è per difendere la nostra Sanità Pubblica, che non dobbiamo smantellare ma potenziare. Sì, senza dubbio i supereroi esistono ed operano lungo i corridoi dei nostri ospedali.

scritto da Moreno Landrini, sindaco di Spello

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