Il buco del ponte

30 Luglio, 2020
30 Luglio, 2020 Gabriele Pastori

Ogni volta che mi capita di fare una passeggiata per la mia Foligno, tanti sono i ricordi che si affollano nella mia mente, ma ce n’è uno speciale che torna a visitarmi ogni volta che attraverso il ponte sul Topino alla fine di Viale Firenze. Oggi si chiama  Ponte della Liberazione  in ricordo di una giornata di giugno del 1944 di cui parleremo in dettaglio più avanti, ma è conosciuto anche come Ponte di Porta Firenze e Ponte di Porta San Giacomo.

La storia di uno dei ponti a cui i Folignati sono più affezionati è senza dubbio antica (se ne hanno notizie almeno a partire dal 1300 – 1400), i miei ricordi risalgono ai più vicini anni ’80 del 1900 e faccio appello ai nostri lettori ed alla redazione perché qualcuno, più esperto di me, ne racconti la storia su queste pagine.

Quando avevo quattro o cinque anni mi capitava spesso di andare a passeggio per Foligno con i miei genitori o con i miei nonni e zii e ogni volta che attraversavo il ponte mi piaceva affacciarmi, tenuto in braccio dal mio accompagnatore, al parapetto del ponte e dare uno sguardo al fiume e, magari (meraviglia per i miei occhi di bambino), ai pesci che nuotavano placidamente nel fiume. Senza l’aiuto di qualcuno, al tempo, quella barriera sarebbe stata insormontabile per la mia altezza e non avrei potuto gettare il mio sguardo curioso oltre quel confine di cemento armato… oppure sì? Quel ponte nascondeva un segreto, uno di quelli il cui fascino è ben noto a qualsiasi bambino, una di quelle meraviglie che ci fanno sentire come se avessimo trovato un portale magico e l’ingresso ad un mondo segreto, come la porta per Narnia all’interno dell’armadio. Camminando piano, andavo scrutando la parete del parapetto per trovare il mio posto magico… finché, giunto quasi alla fine del ponte (sul lato destro andando verso piazza S. Giacomo) ecco apparire la mia finestra sul mondo: in una delle rientranze rettangolari che adornano le balaustre si apre un piccolo foro a circa un metro di altezza (mi ero riproposto di misurarne l’altezza esatta, ma ho qualche problema di procrastinazione, come ben sa chi sta attendendo la consegna di questo articolo…) che sembrava messo lì apposta per i miei occhi di bambino curioso, anzi erano gli adulti che dovevano sforzarsi, e abbassarsi letteralmente al mio livello, quando volevo condividere con loro il mio punto segreto di osservazione. Da allora di anni ne sono passati tanti e c’è una proporzionalità diretta tra lo sforzo che ho dovuto fare per abbassarmi a scrutare il fiume dal mio posto segreto e il trascorrere della mia vita, ma il fascino di quello spiraglio sul mondo non mi ha mai abbandonato, e nemmeno mi ha mai abbandonato la curiosità di sapere chi avesse fatto quel buco… Magari un bambino come me, in qualche epoca remota, per poter guardare oltre quel confine? Già al tempo della mia infanzia dubitavo di una simile, poco plausibile, spiegazione (ero pur sempre già uno scienziato), e allora chi era stato?

La vita a volte è buffa, ed è per me sempre un piacere, che oserei definire sublime, quando riesco ad appagare una vecchia curiosità (sono pur sempre uno scienziato) specie se vecchia di decenni. Qualche anno fa, a casa dei miei e stanco di televisione, mi sono messo a sfogliare un bellissimo volume dal titolo “Il mio 16 giugno” a cura della scuola media G. Carducci ed uscito nel 2004 per il sessantesimo anniversario della Liberazione della città dall’occupazione nazi-fascista. Dopo poche pagine, mi immergevo nella lettura e venivo trasportato, come solo i libri sanno fare, in un mondo diverso, in un tempo diverso: per le strade di Foligno di quell’inizio d’estate del 1944.

 

Uno dei saggi contenuti nel volume colpì in particolare la mia attenzione: Lancers’ Bridge, il Ponte dei Lancieri.

Quel ponte era il mio ponte! Ed in quelle pagine stava scritta la storia affascinante e terribile dei combattimenti che si svolsero tra le forze tedesche in ritirata ed i militari inglesi, affiancati dai combattenti partigiani, il 16 giugno 1944. Quest’ultima è la data a cui è intitolato il viale che affianca la sponda destra del Topino a partire proprio dal Ponte della Liberazione fino a oltre Ponte San Magno. Alle 13:30 del 16 giugno 1944 dunque, nei pressi di quel ponte si incrociarono i destini, la vita e la morte di esseri umani provenienti da posti diversi, con una diversa visione del mondo e che magari, mentre si sparavano a vicenda per entrare a far parte della Storia, potevano benissimo avere lo stesso identico umore, ma le divise di un altro colore. In quel momento i tedeschi stavano terminando la posa e la messa in opera delle mine che avrebbero dovuto far saltare il ponte e coprire la loro ritirata verso la linea gotica, quando furono sorpresi dai militari inglesi che provenivano da Montefalco. La ricostruzione di quegli eventi in Lancers’ Bridge è estremamente dettagliata e mi ha permesso di farmi un’idea dell’origine diretta del buco sul parapetto del Ponte della Liberazione. Ci tengo a premettere che la mia ricostruzione potrebbe essere del tutto sbagliata (non sono un esperto di storia militare, né di armamenti) e sarei felice se qualcuno dei lettori potesse fornirmi spunti per una verifica della mia ipotesi!
In quelle fasi di combattimento dunque, gli uomini del 12th Royal Lancers Regiment britannico, ed in particolare quelli  della 4a troop, al comando del Tenente David Wale aprirono il fuoco sui genieri tedeschi che stavano minando il ponte. I militari britannici avevano a disposizione due autoblindo Daimler (Daimler Armoured Car) armate con un cannone da 40 mm ed una mitragliatrice da 7.92 mm. Una di queste autoblindo, secondo la ricostruzione degli scontri, si trovava all’incrocio tra l’attuale via Franco Ciri (la cui drammatica storia merita un racconto a parte) e via Giovanni Pascoli. Questa autoblindo (la seconda) era al comando del sergente Peter Catling, alla guida c’era il soldato londinese Symonds e al cannone da 40 mm lo scozzese McCorquodale. Lettori che passeggiate oggi su quel ponte, se siete curiosi come un bambino di quasi quarant’anni fa, passando sul lato destro in direzione del centro, chinatevi ad osservare il parapetto: dall’ultimo lampione, contando a ritroso, il foro si trova nell’undicesima rientranza rettangolare (se ho contato bene). Se guardate i bordi del buco, sia dal lato interno che da quello esterno (mi raccomando di non cadere nel fiume!) si vede che non si tratta di un foro fatto con un trapano, ma sembra proprio dovuto ad un impatto (sono costretto a ripetere che non sono un esperto di balistica) ed il diametro del foro è effettivamente di circa 4 cm.

Chissà se fu veramente un giovane soldato scozzese a sparare quel colpo in unna giornata di giugno di 76 anni fa? In attesa di conferme o smentite alla mia ipotesi, mi piace pensare di sì e mi piace l’idea di aver svelato l’origine di un piccolo mistero della mia vita.

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Gabriele Pastori

Gabriele Pastori

Gabriele, di professione chimico. Quando esce dal laboratorio si avventura tra grotte e montagne con uno sguardo al cielo, alle stelle e ai viaggi spaziali.