Nelle mie scarpe

27 Luglio, 2020
Posted in Attualità
27 Luglio, 2020 Enrico Falchi

La cosa più difficile è stata superare la “prova”!

Che cosa vuoi dire, Otto, non capisco, che cos’è la prova?

La prova, Enrico… la prima volta! Devo dire che mi avevano avvertito. In un fetido bar in Ungheria una sera qualcuno, un vagabondo, mi aveva detto: “Otto stai tranquillo, i soldi arriveranno, ma la prima volta, te lo assicuro, non sarà una passeggiata, non lo è mai stato per nessuno”. Quelle parole che sapevano di pasti frugali e vino scadente si fissarono nella mia mente, ne avevo paura e allo stesso tempo mi attraevano come una calamita… poi il fatidico giorno arrivò. Era il 1998 al porto di Genova, le mie gambe tremavano e un maledetto nodo alla gola mi toglieva il fiato. Sono stati minuti interminabili, ero indeciso, spaventato, poi, con una penna, ho scritto qualcosa in italiano su un pezzo di cartone, nemmeno sapevo se era grammaticalmente corretto o comprensibile. Ho stretto forte i pugni, chiuso gli occhi e alla fine ci sono riuscito… mi sono inginocchiato! Sul cartello che tenevo in mano c’era scritto “HO FAME”.

A quel tempo vivevo come una specie di turista permanente, viaggiando tra l’Italia e l’Ungheria, ma in verità mi ero perso; ovvero, avevo perso me stesso. Fuggivo dalla mia terra, da una famiglia complicata e da un padre che non aveva mai voluto concedermi la dignità di uomo. Ero povero, non di soldi, intendi bene, quelli più o meno me li guadagnavo, ero povero dentro. Mi sembrava di non avere proprio nulla, tanto che diventare un barbone, uno che non possiede altro che la sua sporca vita, mi era parso quasi scontato, insomma un passaggio naturale.

Ciò nonostante in quel momento, inginocchiato sull’asfalto sudicio del porto di Genova, avevo capito quanto il vagabondo ungherese avesse ragione. Non dimenticherò mai la vergogna, l’umiliazione, la sofferenza della prima volta. Ero a terra, questo lo sapevo, ma com’era difficile mettersi a nudo, mostrare tutte le debolezze, ammettere di aver bisogno. Per la questione dei soldi invece fu molto più semplice, quelli arrivarono e alla sera con 67 mila lire mi comprai un bel paio di scarpe nuove.

Da quel giorno sono divenuto un vagabondo, un clochard, se preferisci un termine meno duro, e ho vissuto, per mia scelta, una vita “zoppa” il cui copione si è ripetuto all’infinito tutti i santi giorni allo stesso modo e alla sera mi sono sempre ritrovato con i soldi in tasca e la dignità sotto i piedi. Ho sprecato tanto di quel denaro che nemmeno puoi immaginare; le persone sono generose e io per molto, troppo tempo non ho trovato altro da fare che bere e giocarmi nelle slot machine ciò che mi era stato donato con tanto amore. Non ho mai fatto male a nessuno, sono un tipo pacifico, ordinato e pulito. Avevo il mio posticino, poche cose e un cartone per difendermi dal freddo, ma ogni volta che mi hanno cacciato me ne sono sempre andato, credo che sia per questo che la gente mi ha tollerato.

Ho girato tutta l’Italia. Ricordo qui a Foligno il morbido prato di fronte alla caserma militare, mi è piaciuto tanto dormirci… meglio di un materasso a molle. Era la mia vita, quella che più o meno mi ero scelto. Una cosa tuttavia mi torturava in continuazione: perché lo fanno, cosa spinge gli altri ad aiutare uno come me che non lo merita. Poi una sera arrivò la classica “goccia che fa traboccare il vaso” e aveva le sembianze dolci e gentili di una ragazza. Mi ha portato un panino, una coperta e poi si è fermata a parlare con me.  È venuta una sera, poi una seconda e poi tante altre fino a divenire un viso familiare. Mi ha presentato i suoi amici e anche loro mi hanno accolto. È stata una rivoluzione, mi è crollato tutto addosso: come era potuto accadere che qualcuno, in quel groviglio di cartoni e buste di plastica, si fosse accorto di me, della mia esistenza, della mia vita miserabile?

È iniziata così, con la visita di un angelo, la mia seconda o terza vita, quella in cui ho scoperto con mia sorpresa che anche io, Otto Kovacs, ungherese vagabondo che possiede a malapena la sua vita di nulla, potevo avere una dignità, quella stessa che perfino mio padre, carne della mia carne, mi ha sempre negato.

Ora tu mi stai chiedendo cosa è cambiato da quel giorno?

Apparentemente nulla, amico mio, sono ancora un barbone, uno a cui piace dormire fuori perché convinto che solo così Dio riesca a vedermi meglio. Nella mia fase due la differenza la fate voi, i miei amici e la consapevolezza di essere anche io amato, voluto, pensato. Ora lo so, e te lo dico con le lacrime agli occhi, che ogni singola moneta che mi è stata donata in tutti questi anni è stata frutto dell’amore di Dio, un miracolo che si ripete per me ogni benedetto giorno. La mia vita dunque ha ripreso il suo cammino e anche le notti buie non mi sembrano più così “fredde e lunghe” com’erano prima. Dio che, senza far rumore, durante tutto questo tempo si è preso cura di me, oggi mi offre nuove possibilità, nuovi orizzonti. La novità è che ora tocca a me; è giunto il momento di ridare indietro un pezzo di questo grande, immenso amore che mi è stato donato… sono pronto!

Otto, ma alla fine, dopo oltre vent’anni e tante avventure, pensi finalmente di esserti “ritrovato”?

Cosa ti devo dire, Enrico, sono tornato varie volte a casa in Ungheria, ho ancora mia madre, mia sorella, insomma una famiglia. Mio padre è morto, ma grazie a Dio sono riuscito a perdonarlo. Non ho mai immaginato molto per me, non ho mai avuto sogni nel cassetto, ho vissuto e basta. Nella mia instabilità ho trovato dei punti fermi, oramai vivo a Roma e mi sono ritagliato il mio spazio vitale. La gente del quartiere mi conosce e mi vuole bene e io gli permetto di esprimere l’amore che ha dentro tramite quei pochi spiccioli che mi regala. Qualche volta capita anche chi mi insulta, chi mi tratta male e allora mi trasformo in una specie di pungiball, li lascio sfogare, anche questo è un servizio che offro volentieri. Ultimamente, grazie ai miei nuovi amici, ogni tanto vado anche al ristorante, non è che mi piaccia molto ma lo faccio per loro, ci tengono. La mia vita è tutta qui, qualche volta felice, altre volte disperata. Qualcuno poi pretende di infilarsi nelle mie scarpe e mi dice che sono addirittura fortunato a condurre un’esistenza serena e senza stress. Io gli rispondo sempre allo stesso modo: vuoi vivere come me? Puoi farlo quando vuoi, basta solo inginocchiarsi la prima volta… superare la prova!


Ottó Kovács, ungherese, da 21 anni è in Italia, dove dorme per strada e vive della carità della gente.

Dopo aver preso un diploma da tecnico tornitore, ha svolto diversi lavori in Ungheria e negli ultimi anni era controllore sui treni. Ad un certo punto, tuttavia, qualcosa si è “rotto”, Otto ha lasciato il suo paese ed è venuto in Italia dove ha iniziato la sua vita di senza tetto. Ogni giorno a Roma raccoglie il frutto delle elemosine e negli ultimi anni è entrato a far parte attivamente di un’associazione Onlus. “Associazione Venite e Vedrete”, che svolge attività di volontariato per i più poveri in Italia e in vari paesi del mondo. Con loro sta sperimentando la bellezza di donarsi agli altri.

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Enrico Falchi

Enrico Falchi

Grafico pubblicitario per professione, corridore incallito per passione e scrittore per caso.