Giocare è una cosa seria

29 Febbraio, 2020
29 Febbraio, 2020 Silvia Paolucci

Quasi tutti noi giochiamo. Chi non gioca da adulto, lo ha probabilmente fatto quando era bambino.
Il gioco può apparire come un comportamento frivolo, puerile, poco serio, che non soddisfa bisogni fondamentali della vita. Eppure, è molto diffuso, e non soltanto tra noi umani ma anche in tante altre specie animali (soprattutto mammiferi). Data la sua larga diffusione, è difficile non provare ad attribuire al gioco un significato di tipo “evolutivo”.

A cosa serve giocare?

In realtà, in natura niente ha una funzione programmata a priori. Un particolare comportamento, una struttura morfologica, un processo fisiologico possono comparire in alcuni organismi viventi nel corso dell’evoluzione in modo del tutto casuale. Capita che alcune di queste caratteristiche, in un certo momento e in uno specifico ambiente, possano conferire un vantaggio ai gruppi di individui che le possiedono e allora tali comportamenti si diffondono nella popolazione e diventano più frequenti, generazione dopo generazione, modellandosi gradualmente e affinandosi sulla base di determinate condizioni. Dunque, anche il gioco, così frequente e diffuso tra gli animali e così diversificato nelle sue forme, molto probabilmente si è evoluto perché conferisce dei benefici. Giocare è un atto che comporta un gran dispendio di energie fisiche e mentali ed è quindi ipotizzabile che possa esistere una qualche forma di “ricompensa”.
Quale?
Nel tentativo di dare una risposta a questa domanda, gli etologi si trovano di fronte alla difficoltà di definire esattamente cosa sia il gioco e di inquadrare gli atti giocosi all’interno di schemi ben precisi e facilmente investigabili, soprattutto in animali non umani. Il gioco viene definito come una serie di attività volontarie e intenzionali, normalmente associate a sensazioni piacevoli, senza una diretta correlazione con un immediato effetto positivo sulla sopravvivenza. Molteplici sono le tipologie di divertimento: motorio, predatorio, con oggetti, solitario, sociale. E anche se siamo abituati a considerare il gioco come un’attività prevalentemente infantile, in realtà esso non è prerogativa esclusiva delle fasi giovanili della vita e molte specie continuano a giocare anche durante la fase adulta. Nel gioco solitario, motorio o con oggetti, l’individuo sviluppa alcune funzionalità fisiche e cognitive che possono rivelarsi utiliin altri contesti in futuro. Invece, attraverso il gioco sociale, gli animali imparano a vivere ed interagire con gli altri. Il gioco sociale consiste sostanzialmente nel prendere in prestito moduli comportamentali caratteristici di situazioni non ludiche in cui si ha un’interazione tra due o più individui (ad esempio competizione, comportamento riproduttivo, predazione)e trasportarli in contesti dilettevoli e giocosi. Basti pensare al “gioco della lotta” tipico dei nostri cuccioli domestici. Gli schemi comportamentali reclutati da altri contesti vengono utilizzati nelle interazioni giocose in sequenze temporali alterate e rimescolate e quindi altamente imprevedibili. Questa imprevedibilità porta con sé il rischio di fraintendersi a vicenda con conseguenze che possono sfociare in veri e propri conflitti. È per questo che i giocatori devono seguire delle precise regole, condivise da tutti, che permettono di portare il  gioco basandosi sulla reciproca fiducia. Queste “regole” si palesano sotto forma di segnali di gioco, messaggi che indicano l’inizio della sessione di gioco. È il caso della smorfia a bocca aperta che le scimmie utilizzano nelle fasi giovanili di vita, per placare un istinto particolarmente aggressivo che si manifesta verso i sette mesi di vita. Si tratta di una sorta di “sorriso” che permette di rilassarsi e di giocare insieme, fidandosi l’uno dell’altro. Il significato del gioco sociale risiede dunque nel facilitare lo sviluppo delle relazioni e della comunicazione, nell’imparare a gestire il delicato equilibrio tra aggressività e rispetto delle regole, nel sapersi controllare. Aspetti che favoriscono l’instaurarsi di una società ben organizzata fondata sulla cooperazione tra individui.

Le modalità di gioco sociale sembrano infatti essere correlate al tipo di relazioni presenti nelle società animali.

Si è dimostrato che due specie di primati filogeneticamente affini, come gli scimpanzé e i gorilla, manifestano comportamenti giocosi abbastanza differenti che sono associati a diverse strutture sociali. La società degli scimpanzé è equilibrata, pacifica e coesa. Questi animali giocano sia nella fase giovanile che in quella adulta e le loro sessioni ludiche coinvolgono molti membri del gruppo, senza degenerare in comportamenti belligeranti. D’altra parte, i gorilla sembrano essere più individualisti, con una società organizzata ad harem e poche interazioni sociali tra i membri. Nei gorilla, gli adulti non giocano praticamente mai, mentre i giovani praticano un gioco di lotta che spesso sfocia in un vero e proprio conflitto. I risultati di questo e di altri studi ci aiutano a comprendere il significato del gioco e il suo valore nella costruzione dei rapporti sociali. Ci suggeriscono che il modo in cui si gioca da bambini può avere un’influenza sul nostro modo di rapportarci con gli altri nella fase adulta della nostra vita: un bambino che gioca in modo equilibrato, seguendo regole condivise da tutto il gruppo, sarà un adulto socialmente abile che contribuirà alla costruzione di una società equa e tollerante. La capacità di convivere e relazionarci pacificamente con le persone che ci circondano è frutto  (anche) della nostra abilità di giocare.

Il gioco è davvero una cosa molto seria!

 

 

 

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Silvia Paolucci

Silvia Paolucci

Biologa. Affascinata e incuriosita dalla natura e dalla vita in tutte le sue forme. Colleziona domande e si emoziona quando trova qualche risposta.