Cinema Verde

12 Dicembre, 2019
Posted in Cinema, Cultura
12 Dicembre, 2019 Redazione

Tra documentazione, contemplazione, azione

Nel 2006 esce An Inconvenient Truth, docu-film avente come soggetto le presentazioni realizzate da Al Gore nel corso della sua campagna per la sensibilizzazione sulla tematica del riscaldamento globale. Il film fu immediatamente discusso: come noto, Al Gore fu vicepresidente sotto Clinton e, conclusa questa esperienza politica, si candidò alle elezioni del 2000, perdendo contro l’avversario repubblicano George W. Bush. I negazionisti del cambiamento climatico parlarono subito di esagerazioni contenute all’interno della pellicola. Dall’altro lato, il film ricevette diversi riconoscimenti e lo stesso Al Gore fu insignito del Premio Nobel per la pace nel 2007. Altre critiche, probabilmente più sensate, vennero dall’Inghilterra: la pellicola fu messa al bando nelle scuole poiché presentava dei dati inesatti. Le conclusioni insomma, e le esternalità, potevano essere positive ma non passavano l’esigente vaglio informativo delle scuole inglesi; nel corso del tempo più che di errori veri e propri si è parlato di leggerezze. Nel 2010, inoltre, Gore rilascia delle importanti dichiarazioni: ritratta sulla questione del bioetanolo, produzione che lui stesso aveva a lungo promosso in quanto di minor impatto ambientale, confessando che la promozione era avvenuta per aiutare i coltivatori del suo Stato natale, il Tennessee, e l’Iowa (per motivi propagandistici, Gore promuoveva la produzione di bioetanolo già da quando era in corsa per le presidenziali).

Dati piuttosto sconfortanti, che purtroppo non fanno che aumentare le (debolissime, colme di interessi, fastidiose) argomentazioni dei negazionisti, i quali soprattutto negli USA hanno a disposizione un significativo spazio mediatico. Tale dato però, ci mette anche nelle condizioni di riflettere su due questioni: l’importanza di avere a disposizione informazioni corrette e gli effetti che producono le icone green sulla nostra società. Il primo punto, banale se vogliamo, è dato dall’impegno nella ricerca di buone fonti: le notizie ci giungono veloci e chi le scrive è spesso troppo impegnato ad una corsa contro il tempo per verificare che i dati siano corretti. Sta perciò al lettore/fruitore/spettatore scegliere con cura dove leggere dati e ipotesi, utilizzando una bussola che inevitabilmente punterà verso la comunità scientifica, divisa sicuramente su determinate questioni, ma d’accordo quasi all’unanimità sulla responsabilità dell’uomo nei confronti del riscaldamento globale (97% degli scienziati ambientali). Essere correttamente informati sull’argomento è un’arma potentissima da brandire contro scettici e disimpegnati.

Un altro punto importante è dato dalla presenza di icone nella questione ambientale: Al Gore è una di queste, tanto che nel 2017 esce An Inconvenient Sequel. Possiamo poi citare Leonardo DiCaprio, anche lui coinvolto nel 2016 in un docu-film intitolato Before the Flood, diretto da Fisher Stevens e avente il grande merito di “isolare” l’attore holliwoodiano: a differenza cioè del film di Gore, dai toni spesso panegirici, Before the Flood riesce a non perdere il focus sull’ambiente; DiCaprio è un’allegoria, il bianco e benestante americano che sceglie di conoscere la realtà che lo circonda e di tentare di modificare il proprio stile di vita, ma è qui lungi dall’essere un’icona. L’attenzione è sempre rivolta all’interlocutore: esploratori, guide dell’Artico autoctone, climatologi, attivisti,economisti, politici di tutte le fazioni, docenti universitari; ma anche Elon Musk, Barack Obama, il pontefice Bergoglio. Basti d’altronde osservare come viene affrontata nei due diversi documentari la questione dell’India, paese in via di sviluppo fondante la propria economia sui combustibili fossili; l’India, come noto, titubò a lungo prima di firmare e poi ratificare gli accordi di Parigi. Nel film di Gore, quest’ultimo è presentato come leader forte nella questione ambientale – emblematica la scena in cui l’ex vicepresidente giunge nella capitale francese, dove molti individui confessano di essere convinti che fosse stato Presidente, o che comunque era loro desiderio che fosse così, il tutto condito da una eroica colonna sonora –e come problem solver che riesce ad ottenere condizioni favorevoli per l’investimento da parte dell’India in energie rinnovabili; nel documentario di Stevens invece, la questione non è così semplificata e ci si concentra maggiormente sui problemi economici che affliggono l’India, dove una parte di popolazione pari a quella degli Stati Uniti non ha accesso all’energia elettrica. Il focus viene così riportato, grazie ad un dibattito con l’attivista indiana Sunita Narain, anche verso i consumi della popolazione americana.

L’assunzione dunque di icone green da parte dei movimenti ambientalisti ha il merito di avvicinare le grandi masse alla questione, di vitale importanza oramai; il rovescio della medaglia sta nella sua estremizzazione, nella santificazione di questi modelli. Ciò rischia piuttosto quasi di delegare, di far prestare attenzione più al soggetto che alla questione (basti pensare al caso Greta Thunberg, per il quale rimando ad un articolo di Daniele Lo Vetere, intitolato “Meditazioni su Greta” e pubblicato sul sito Laletteraturaenoi.it). La riduzione del consumo di plastica, un’alimentazione non eccessivamente improntata sul consumo di carne, la maggior attenzione verso gli sprechi, sono tutti fattori che modificano in positivo il nostro stile di vita e le sorti di questa Terra. Ma la strategia individuale non è sufficiente se si ferma qui, se non coincide con delle pretese di massa che si rivelino bottom-up, se si continuano a sostenere fazioni politiche che non sostengono la transizione verso le energie rinnovabili.

Ma per recuperare una coscienza ambientalista, forse, è necessario innamorarsi di nuovo della Natura. Il cinema contemporaneo ha prodotto diverse pellicole che descrivono alla perfezione il rapporto tra l’uomo e la sua casa, senza fini documentaristici ma puramente narrativi. È il caso di Into the Wild, diretto da Sean Penn nel 2007, narrante la vera storia di Christopher McCandless, che nel 1992 decise di lasciare una vita di agi e di viaggiare verso l’ovest degli Stati Uniti, fino a giungere in Alaska. La splendida fotografia e la colonna sonora di Eddie Vedder contribuiscono a guidare lo spettatore verso la nuda contemplazione, in un quadro che raffigura alla perfezione i limiti dell’umano, il rispetto della Natura, la bellezza della condivisione.

Altro genere da non sottovalutare è quello rientrante nel campo della distopia: nel 2006 (anni, a quanto pare, di grande fioritura di tematiche di questo tipo) esce un film di Alfonso Cuaròn, I figli degli uomini. La storia è ambientata nel 2027 in un’Inghilterra dove l’aria è inquinata, non nascono più bambini, il terrorismo è diventatoun problema dell’intero occidente, gli immigrati sono chiusi in campi profughi e sottoposti ad ogni tipo di violenza ed umiliazione. Sebbene il film scada a volte in toni eccessivamente retorici e in un finale grossolano, le scene d’azione e, anche qui, un’ottima fotografia riescono a trasmettere allo spettatore un sentimento fortemente critico nei confronti dell’umanità, troppo spesso incline a ricercare falsi nemici pubblici.

Le previsioni maggiormente pessimistiche ci dicono che, se continueremo a seguire questi ritmi, nel 2050 dovremo fronteggiare carestie e migrazioni climatiche. Negli ultimi giorni abbiamo osservato nelle nostre televisioni un film apocalittico, quello di ettari di Foresta Amazzonica incendiati, quello di popolazioni disperate, fauna morta, politici negazionisti.  Seguendo l’esempio cinematografico, documentiamoci, contempliamo, ma agiamo.

di Karen Berardi

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