Tornare ad amare la Madre Terra

9 Dicembre, 2019
Posted in Cultura
9 Dicembre, 2019 Alessio Vissani

“Per natura si intende l’universo considerato nella totalità dei fenomeni e delle forze che in esso si manifestano, da quelli del mondo fisico a quelli della vita in generale.” Questa è la prima frase che si trova su google se andiamo a ricercarne l’etimologia. Purtroppo ci si dimentica che natura è una totalità di elementi di cui facciamo parte pure noi come esseri umani. Il film Matrix a metà anni novanta definiva l’essere umano come il virus del pianeta Terra, in molti gridarono allo scandalo ma a vedere come il nostro pianeta sta rispondendo a ciò che noi siamo riusciti a fare in questi ultimi decenni, i registi del film con Keanu Reeves non si sono poi così tanto allontanati dalla verità. Dall’inizio di Giugno più di cento incendi si sono sviluppati tra Siberia e Alaska devastando migliaia di ettari e immettendo in atmosfera enormi quantità di CO2, si parla di circa 100 milioni di tonnellate, pari alle emissioni annuali di un paese come il Belgio. Gli incendi sono stati scatenati da un’estate precoce estremamente calda e secca, difatti è stato il giugno più caldo mai registrato su scala mondiale, secondo l’Amministrazione oceanografica e atmosferica degli Stati Uniti. Probabilmente i grandi focolai sono stati accesi da fulmini e hanno raggiunto in fretta dimensioni imponenti: i più grandi si trovano attualmente (l’articolo è stato scritto ad agosto con gli incendi ancora in atto) in Siberia nelle regioni di Yakutia, Krasnoyarsk, Irkutsk e Buriazia. In Siberia la fauna selvatica è talmente disperata da fuggire dai boschi, ormai divenuti camere a gas e mentre gli animali più piccoli soffocano nel fumo, volpi e orsi si avvicinano sempre più ai centri abitati.

Uno squarcio nel ciclo della vita naturale che non è previsto dalle leggi animali e di Madre Terra. Ma i media in tutto ciò come rispondono?

Se da una parte c’è chi grida alla pazzia quando una bambina svedese parla di surriscaldamento globale e capi di Stato dalle cravatte e capigliature discutibili prendono sotto gamba le parole degli studiosi, dall’altra la realtà dura e cruda parla di una situazione globale terrestre ai limiti del punto di non ritorno. Tornando al disastro ambientale forse più grande della storia, con un piccolo esempio ci si può rendere conto della gravità della situazione. I fuochi e gli incendi si sono diffusi più velocemente con temperature calde a causa della minor quantità di calore necessaria per l’accensione del combustibile: basti pensare che Anchorage, la capitale dell’Alaska, ha registrato, tra il 23 giugno e l’8 luglio, ben otto volte temperature da record, superando i 17°C (la temperatura media di luglio) ed arrivando a toccare i 26° C. Persino la Groenlandia ha registrato nel mese di luglio un incendio nella zona occidentale e di questo sorprende non tanto il fronte di quasi due km, bensì proprio il verificarsi di un evento simile in un ambiente artico. Inoltre se un settimanale come l’Economist, non propriamente un magazine di cultura ambientale, dedica la sua copertina alla deforestazione dell’Amazzonia e uno dei suoi più approfonditi articoli interni agli incendi artici, con toni catastrofisti, che nulla hanno a che spartire con l’usuale aplomb anglosassone, può voler dire due cose: o che i giornalisti in causa sono tutti impazziti oche siamo noi che stiamo sottovalutando una minaccia enorme. Passando dagli incendi dell’Alaska alla foresta del “polmone terrestre” non ce la passiamo tanto meglio: tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso più di un miliardo d’alberi, 7900 chilometri quadrati di foresta, la cifra più alta dell’ultimo decennio. E nei primi sei mesi del 2019 è andata pure peggio, con 4300 chilometri quadrati di deforestazione, che proiettano sull’anno la cifra monstre di 8600 chilometri quadrati di alberi in meno. In due anni, tanto per essere chiari, è come se fosse stato disboscato tutto il Trentino Alto Adige. La questione non è poi “qualche albero in meno”, una percentuale così alta in un punto così cruciale del pianeta innesca dei meccanismi per cui tutta la Terra ne potrebbe risentire: meno alberi nella foresta pluviale, meno riciclo dell’acqua prodotta dagli stessi, meno acquazzoni vuol dire alberi più secchi e deboli, alberi più secchi e deboli vuol dire che basta un po’ di vento molto forte ad abbatterne a milioni. Il tutto pubblicizzato come se fosse un vanto, dall’attuale presidente del Brasile Jair Bolsonaro, che dopo essere uscito dagli accordi di Parigi ha iniziato ciò che aveva promesso in campagna elettorale: una deforestazione folle che, se si attuasse nel modo che vorrebbe Bolsonaro, provocherebbe un rialzo della temperatura del pianeta di 4,3 gradi e non 1,5, che pure rappresenta già il punto di non ritorno per l’Ipcc. Nei territori in fiamme nelle zone artiche, le temperature di quest’estate sono di 8-10 gradi sopra la media, e nemmeno gli scienziati sanno prevedere cosa sta succedendo nel sottosuolo, dove la terra brucia senza che nessuno riesca a spegnerla, sprigionando diossido di carbonio e chissà cos’altro in atmosfera. Anche la Svalbard Global Seed Vault, ovvero la più grande banca dei semi e di campioni di piante prelevati da tutto il mondo, situata dentro un ghiacciaio in Norvegia, a circa mille chilometri dal Polo Nord, è in serio pericolo perché le alte temperature degli ultimi tempi ne stanno sciogliendo il permafrost.

Foto di Natalia Negnyurova che ha dichiarato di voler attirare l’attenzione sulla minaccia che stanno subendo gli animali in Siberia.

E in tutto ciò noi che cosa facciamo?

A malapena ci rendiamo conto che siamo di fronte ad una Chernobyl in scala mondiale, le notizie praticamente non arrivano dai grandi media, o comunque l’importanza del caso non è proprio contemplata. Anche voi che state leggendo, e il sottoscritto che sta scrivendo, che ha maledetto le temperature folli di quest’estate bollente, si deve rendere conto che continuare a far finta di niente è uguale a nascondere la testa sotto la sabbia.

E quindi quale sarebbe la soluzione?

Certo per l’Alaska o l’Amazzonia, si dovrà sperare in una Greta di turno che unisca quante più persone per poter creare un movimento univoco in scala globale. Nel nostro piccolo anche solo renderci conto che ciò che succede fuori dai nostri “amati confini” è comunque competenza dell’essere umano, potrebbe essere un buon approccio per il futuro. Invece che aspettare che tutti si muovano per ripulire il pianerottolo davanti casa, se vediamo un mozzicone di sigaretta non succede nulla se autonomamente lo rimuoviamo: un’azione da parte di tutti equivarrebbe ad una grande azione a scala planetaria. La mia passione per il popolo dei nativi Americani in questi ultimi anni mi ha portato a realizzare diversi reportage nelle riserve statunitensi, vivendo con i Lakota Sioux all’interno dei loro campi. Gli indiani d’America, come moltissime altre popolazioni indigene, dagli aborigeni australiani, a tutte le culture africane, passando per le tribù amazzoniche fino ai popoli polinesiani, conservano nella loro spiritualità e modo di vita una forte connessione con gli elementi della natura. Il capo tribù Joseph Brings Plenty mi raccontava, durante la mia spedizione, che “ciò di cui abbiamo bisogno è tutto intorno a noi e tutto quello che riceviamo dalla natura è una semplice conseguenza del nostro rapporto con essa. Tornare ad amare la nostra Madre Terra è semplicemente amare se stessi: faresti del male gratuito a te stesso?”. Quindi, da buon ottimista quale sono, penso che non tutto sia perduto, penso che la natura sia forte ma ora la stiamo torturando in modo disumano, ci sono esempi straordinari di ripresa da disastri inimmaginabili (uno su tutti lo stesso Chernobyl dove i boschi hanno ricominciato a proliferare); quindi pensare ad un futuro più roseo è si forse utopistico ad oggi ma è quantomeno un desiderio. Un articolo non cambierà il mondo e quello che sta accadendo in giro per il pianeta, la volontà dell’uomo sì.

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Alessio Vissani

Alessio Vissani

Fotografo e Giornalista. Da Piccolo stavo con gli Indiani e ancora adesso il West e il mondo dei Nativi Americani è la mia più grande passione. Adoro correre, fare trekking in montagna e viaggiare in moto. Divoratore seriale di libri e fumetti, giocatore da più di vent’anni di D&D e collezionista di sabbia, minerali, LEGO e fossili.