Un insensato amore

Dicembre 4, 2019
Dicembre 4, 2019 Claudio Stella

Hanno detto che è stata una cometa / che impattando col duro della terra /
ha portato l’acqua fra le pietre / del nostro pianeta./ Una cometa hanno detto./ Un ghiaccio volante di luce / come scagliato da altre stelle / fin qui. E dentro c’era / la legge della specie, la formula / del sangue e delle linfe / il timbro di ogni voce./ L’acqua è la perfetta chiave / che apre le forme scatenate./ L’acqua che ancora beviamo / è stata strascico di luce / viaggiante. Bastimento abbagliante / nel buio fra i mondi.(Mariangela Gualtieri, da “Bestia di gioia”).

Che peccato non esserci stati, quando tutto è cominciato. Non aver visto quell’esplosione abbagliante da cui è zampillata la prima goccia di vita. O ancora prima, quando un’esplosione infinitamente più immensa ha dato origine al Tutto. E in questo Tutto che chiamiamo Universo, in questa mappa sconfinata che nessun cartografo riuscirà a disegnare, in questa successione infinita di luce e di oscurità, di corpi luminosi che illuminano corpi opachi, ha trovato posto questa pallina da ping pong che ruota buffamente su se stessa, in un’eterna, insensata piroetta; a questa sfera imprecisa, parassita di luce, che ruota intorno alla sua stella ad una distanza miracolosamente giusta per non farsene accecare o raggelare, abbiamo dato il nome di Terra. Qui, a seguito di misteriose e irripetibili convergenze, ha avuto inizio la festa radiosa e feroce della vita. Mi sarebbe piaciuto esserci quando, in un gigantesco oceano amniotico, è scoccata la prima scintilla d’esistenza; quando è spuntato il primo filo d’erba, quando questa fragile materia erborea ha conquistato la durezza del legno e hanno cominciato a svettare le grandi foreste; quando è iniziata la danza furente del movimento, quando corpi immensamente vivi hanno cominciato a guizzare, a strisciare, a correre. Mi sarebbe piaciuto esserci quando sulla Terra imperversava la tirannia di giganti feroci, osservare la corsa vertiginosa del velociraptor, assistere, da un posticino tranquillo, al duello titanico tra due tirannosauri. Mi sarebbe piaciuto esserci, quando il primo scimmione si è sollevato sulle zampe posteriori, dando origine alla storia dell’homo erectus e anche alla storia del nostro mal di schiena. Mi sarebbe piaciuto esserci per stringere la mano a colui che ha addomesticato il fuoco, a colui che per primo ha pensato di cuocere la polvere bianca del grano; mi sarebbe piaciuto esserci per abbracciare il genio che ha intuito quale dono meraviglioso potesse venirci dalla fermentazione del succo d’uva, o colui che per primo, alzando gli occhi al cielo in una notte d’estate, ha confusamente sentito dentro di sé l’emozione della bellezza e del mistero.

Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla Terra e non credete a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene. (F: Nietzsche, Così parlò Zaratustra)

È successo qui, il fortuito e inverosimile miracolo della vita. Forse è accaduto o accadrà anche altrove, in qualche punto inaccessibile della mappa dell’infinito. Ma qui è successo. Ed è capitato un  miracolo ancor più straordinario: in questo vortice sfrenato di atomi, di molecole e di cellule che da miliardi di anni mettono in scena la danza della vita, è accaduto che uno di questi esseri abbia cominciato a pensare, a provare emozioni, ad amare. E grazie a questa abnorme attività cerebrale, lentamente, ha conquistato il dominio della Terra. Non era certo l’animale più forte, non il più potente, non il più agile o resistente. Ma la sua capacità di pensare gli ha consentito di non limitarsi ad assecondare le leggi della natura, gli ha permesso di cominciare a comprenderle e di utilizzarle a proprio vantaggio. Qui è iniziata la storia millenaria dell’uomo, fatta di grandezza e di abiezione, di fatica e di speranza, di piacere e di dolore. Da questo impasto disarmonico di pulsioni e di spiritualità, di istinto e di razionalità sono scaturiti Dante e Hitler, Cristo e lo stupratore di bambini: l’anelito sublime alla bellezza e all’amore, la ferocia resa più abbietta dalla consapevolezza e dal raziocinio, dalla totale mancanza di quell’innocenza che spinge il leone a sbranare la gazzella.

La Terra è la nostra unica Patria. Qui siamo stati gettati dall’imprevedibilità del caso e dalla ferrea necessità delle leggi fisiche, chimiche e biologiche. Qui consumiamo la nostra unica esperienza di vita. Abbiamo avuto in sorte un tripudio di colori: la meraviglia verde-azzurra di alberi e cielo, di mare e prati, l’arancio o il rosso fuoco di certi tramonti, l’inesauribile varietà cromatica dei fiori. Abbiamo avuto in sorte il privilegio di ascoltare i suoni del mondo: lo scroscio placido della pioggia che cade sulla Terra seminando nuova vita; il passare del vento che sembra afferrare le chiome degli alberi in una sorta di inebriante impeto amoroso; la detonazione spaventosa del tuono, che evoca terribili potenze primordiali. Abbiamo avuto in sorte la bellezza delle forme, dei colori, dei suoni che l’uomo ha saputo creare, la felicità di quando ci innamoriamo, la dolcezza serena di parole amiche, il calore della mano che ci sorregge quando siamo stanchi e la moltitudine dei piccoli piaceri che ci consolano. Abbiamo avuto in sorte lo scrigno inesauribile dei libri e della conoscenza, la divina curiosità di indagare e di scoprire, la capacità di essere malvagi e di indignarci di fronte alla malvagità e all’ingiustizia. Abbiamo avuto in sorte  un calice di dolore, vino che non disseta e non inebria, da  degustare in modo diseguale lungo il cammino, talora in piccole gocce appena un po’ aspre, talora in lunghi sorsi amari come il veleno. Abbiamo avuto in sorte la tristezza logorante di sapere che tutto finirà, come un fardello pesante da portare, la porta socchiusa del nulla sempre presente davanti ai nostri occhi. E di fronte a questa minaccia di insensatezza, cerchiamo salvezza nel cielo e siamo stati capaci di creare sublimi castelli di pensiero per negare la morte.

Abbiamo avuto in sorte una vita meravigliosamente imperfetta in un luogo meravigliosamente imperfetto. E il cielo stellato sopra di noi non è promessa di altri mondi e di altre vite, ma solo una bellezza in più di cui godere, il panorama dal finestrino della nostra astronave roteante nell’infinito.

La Terra è madre dei vivi e dei morti. Essa protegge il riposo dei suoi figli morti, facendo sì che nulla possa mai turbarlo. E il senso della loro vita sta nel fatto stesso di essere vissuti, nella loro unicità irripetibile che nessuno mai potrà cancellare: è come se la Terra fosse solcata dalle orme invisibili di tutti coloro che l’hanno attraversata. Ma essa è soprattutto madre dei vivi,  perché i vivi trionfano nel sole, perché solo i vivi possono generare altra vita . E nel galoppo tumultuante del tempo la vita deve continuamente inciampare nella morte per potersi rialzare, per poter rinascere sempre eguale e diversa, sempre vita esultante che esplode come una festa ubriaca, che ride mentre piange, un insensato amore che corre verso il nulla.

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Claudio Stella

Claudio Stella

Claudio è insegnante e piccolo spacciatore di letteratura.