Zio Peppe racconta…

Novembre 27, 2019
Novembre 27, 2019 Silvia Paolucci

…di guerre cittadine sulle sponde del fiume Topino
racconto di Giuseppe Pascucci

A Foligno tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, il fiume Topino marcava la separazione tra due territori controllati da gruppi di bellicosi e vivaci ragazzini: i “puellari” e quelli della “iuncola”.

I puellarivivevano dentro le mura cittadine, figli di famiglie “benestanti”, sempre favoriti nella scuola classista di allora, robusti e forti (mangiavano bene loro!). Nella loro inconsapevole crudeltà pre-adolescienziale avevano prepotentemente appeso un cartello in Via Santo Pietro, al di là del fiume, sulla sponda “contadina”, per segnalare l’inizio del territorio da loro battezzato “La iuncola” (letteralmente “La giungla”), la terra dei selvaggi.
I selvaggi campagnoli eravamo noi, quelli della iuncola, figli di contadini, decisamente più sprovveduti dei puellari, abituati a vivere alla giornata, quelli che per avere acqua potabile dovevano fare un chilometro di strada, quelli che facevano il bagno nella mastella(un vecchio recipiente per il vino) o direttamente nel fosso, quelli che comunque andavano a scuola in città, insieme ai loro coetanei cittadini.

A quei tempi non esisteva il “politically correct” e gli appellativi discriminatori facevano parte della quotidianità.

I puellarierano prepotenti, oggi sarebbero stati definiti “bulli”. Anche noi eravamo dei ragazzacci spavaldi, ma decisamente più ingenui di loro. Le due fazioni erano perennemente in lotta.

La guerra, quella vera, era finita da pochi anni, ma tra i puellarie i campagnoli le lotte riprendevano ogni anno, all’inizio della bella stagione, come una sorta di emulazione di ciò che si era vissuto. Il terreno di battaglia era il fiume Topino, nel tratto che scorre davanti la chiesa della Madonna delle Grazie. Per noi della iuncolail fiume era la spiaggia estiva, facevamo il bagno ed era un gran divertimento. Però una volta finito il bagno, dovevamo pur continuare a divertirci in qualche modo. E allora cominciava la battaglia contro i puellari.
Noi eravamo numericamente svantaggiati, condannati ad essere quasi sempre perdenti, cinque o sei ragazzini di campagna contro una quindicina di puellari. Loro erano degli abilissimi nuotatori ed erano fisicamente molto più dotati di noi. La loro stagione balneare iniziava il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, quando era ancora freddo. Per noi, i bagni iniziavano a giugno, dopo la fine della scuola, perché il nostro esile fisico non ci permetteva di tuffarci nelle fredde acque fluviali di fine inverno.

Con queste condizioni era difficile lottare ad armi pari.

La lotta diventava equa quando si passava alla costruzione dei fortini, uno sulla sponda cittadina del fiume e l’altro sulla nostra sponda.Erano realizzati con melma, rami, frasche e mostravano tutte le capacità costruttive e tattiche dei due gruppi. Durante le battaglie, dai due fortini partivano proiettili che attraversavano il fiume e colpivano il territorio nemico. L’arma preferita di entrambe le fazioni era la fionda attraverso la quale lanciavamo sassi più o meno grandi. Le nostre fionde erano costruite con i robusti e flessibili rami della bianchella e con i pochi preziosi elastici a disposizione: era una fortuna trovarne qualcuno in giro nelle case dei contadini. Così combattevamo e trascorrevamo le giornate. In genere non ci si faceva troppo male, ad eccezione di qualche combattimento fisico. A volte c’erano gli assalti. Principalmente erano loro, i puellari, gli esperti nuotatori, che attraversavano il fiume a nuoto con animo bellicoso e invadevano il nostro territorio. A noi, pavidi e fisicamente minuti, non restava che scappare di corsa nelle campagne. Non eravamo bravi nel nuoto, ma correvamo veloci grazie al nostro vissuto sui campi, un allenamento invernale praticamente giornaliero. Nella corsa eravamo vincenti e così fuggivamo evitando grandi e pericolosi scontri. I puellari non riuscivamo ad inseguirci e distruggevano il nostro fortino lasciato indifeso…quindi alla fine della battaglia i vincitori erano sempre e comunque loro.

Quel pomeriggio di inizio aprile eravamo intenti nella costruzione del nostro fortino, poco preoccupati dei puellariche avevano da poco iniziato la stagione balneare ed erano quindi concentrati sui primi bagni nel fiume. Ci accorgemmo ad un certo punto che in acqua c’era un gran fermento. I puellari,uno ad uno, si tuffavano, sparivano nell’acqua e spuntavano in superficie urlando qualcosa che sembrava incomprensibile. Il subbuglio continuò per un bel po’ di tempo.
Ci incuriosì tutta quella attività. Cosa stavano urlando?

“Ne ho viste due!”
“Ne ho viste tre, forse quattro!”

Non avevamo assolutamente capito di cosa stessero parlando, cosa mai avrebbe potuto esserci sul fondale del fiume?
Bloccammo i lavori del fortino e diventammo spettatori curiosi di quel trambusto fluviale che era in corso.
Capimmo di cosa si trattava soltanto quando tre di loro, forzuti e coraggiosi, spuntarono dall’acqua sorreggendotra le braccia un oggetto decisamente pesante che sembrava proprio somigliare ad un ordigno bellico. Bombe. Erano bombe inesplose. I puellari,ragazzini tra i 12 e i 14 anni, stavano raccogliendo pesanti e pericolose bombe dal fondo del fiume. Riuscivano a sollevare ordigni di circa un quintale e quel pomeriggio ne tirarono fuori almeno sette.
Nel giro di poco tempo, gli spettatori aumentarono da una parte e dall’altra del fiume. Altri ragazzini, i genitori, i passanti.
“Stanno tirando fuori le bombe!” e la gente incuriosita si fermava a vedere.
Quegli ordigni avrebbero potuto esplodere da un momento all’altro, ma di questo nessuno sembrava essere consapevole o comunque curarsene.
Ben presto arrivò personale un po’ più qualificato e in totale furono estratti dal fiume una ventina di ordigni. Dopo circa 30 giorni arrivarono gli artificieri per il disinnesco. L’operazione fu un evento fervidamente seguito dal vivo dai folignati anche perché venne effettuata senza alcuna precauzione ed era quindi possibile assistere da molto vicino. Gli artificieri, seduti a cavalcioni sulle bombe, una ad una, le disinnescarono tirando la spoletta.

Fortunatamente non ci fu nessuna esplosione e andò tutto bene.
In seguito, si venne a sapere che quelle nel fiume erano le bombe che mancarono l’obiettivo di uno dei bombardamenti del 1944, quando dall’alto fu colpita la parte laterale della Chiesa della Madonna delle Grazie, ma alcuni ordigni caddero nel fiume e rimasero inesplosi.

Fu un evento eclatante. I puellari furono subito insigniti dell’eroica qualifica di “scopritori delle bombe”, osannati da tutti. Talmente compiaciuti della loro fortunata scoperta, che per un periodo non furono neanche interessati alla guerra contro di noi, dato che tutti parlavano di loro come degli eroi.

A noi, campagnoli della iuncola, invasi da un sentimento misto di invidia e ammirazione, non restava che assistere passivi e rassegnati al momento di gloria che stavano vivendo i nostri nemici.

Ancora una volta, avevano vinto loro.

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Silvia Paolucci

Silvia Paolucci

Biologa. Affascinata e incuriosita dalla natura e dalla vita in tutte le sue forme. Colleziona domande e si emoziona quando trova qualche risposta.