Il terremoto in Nepal

Settembre 18, 2019
Settembre 18, 2019 Redazione

Per alcuni di noi è il secondo viaggio in India. Terra magica e affascinante, che ci convince a tornare. Tuttavia questa volta abbiamo la possibilità di sconfinare a nord, i prezzi dei voli ci permettono di aggiungere qualche giorno in Nepal.

Il 16 aprile del 2015 ci imbarchiamo sul primo volo che ci porta a Budapest. Uno scalo lungo, di un paio di giorni per visitare anche la capitale della Bulgaria. Ripartiamo il 18 per Francoforte, il gruppo si è allargato, oltre a me e Valentina si sono uniti anche Stefano e Valentina. Proseguiamo il volo verso Delhi in uno stato di eccitazione totale, è la prima volta che saliamo su un Airbus A380, super aereo a due piani. Scalo tecnico e ultimo voletto su Jaipur. Siamo in India, comincia l’avventura.

Dopo qualche giorno siamo pronti per l’intermezzo nepalese e il 22 aprile siamo già in giro per Bhaktapur, cittadina piccola e stupenda. Atmosfere davvero magiche, pace assoluta, cittadini cordiali, templi affascinanti. Insomma, la prima impressione è senza dubbio molto positiva. Niente a che vedere con Kathmandu, la capitale, molto più caotica. Fra un giro e l’altro arriviamo al 25 aprile, mattina di festa per noi in Italia. Colazione all’aperto, il tempo di prepararci e siamo come sempre in strada, oggi scegliamo di visitare Patan, sobborgo proprio alla periferia della città. L’idea iniziale era quella di andare fuori città, nella campagne a visitare qualche paesino più piccolo ma poi, chissà perché, cambiamo idea. Giriamo intorno alla torre bianca dell’Unesco e in poco tempo siamo a Durban Square, la piazza principale di Patan. E’ tutto un dentro e fuori dai numerosi e bellissimi templi, alcuni in legno altri in mattoni di argilla rossa. Viuzze e vicoli stretti, portici, cunicoli. Qui è tutto stretto, un centro città vecchio e come tale spesso angusto.

Ancora via tra vicoli, passaggi stretti, stradine fino ad arrivare ad uno stupain prossimità del laghetto di Pim Bahal Pokhari, una vasca quadrata in mezzo ad uno slargo tra vari palazzi…sono passate da poco le 11:50. Il tempo di girare l’angolo, arrivare davanti allo stupabianco e iniziamo a sentire dei rumori. Ci giriamo, iniziamo a guardarci intorno, non vediamo nulla all’apparenza ma in men che non si dica tutto inizia a tremare. Forte, interminabile, potente.

Lo sguardo è fisso sugli elementi che ci circondano, in lontananza si sollevano nuvole di polvere, la gente inizia a riversarsi in piazza, le urla di paura, l’acqua del laghetto che sembra come impazzita, le onde si fanno sentire e il boato che non accenna a diminuire. Ci stringiamo forte. Abbiamo appena vissuto uno dei più forti terremoti della storia del Nepal. Un sisma di magnitudo 7.8 sulla scala Richter verificatosi alle 11:56 del 25 aprile 2015 nel distretto sismico a nord ovest di Kathmandu. Quando la scossa finisce noi sentiamo la sua potenza ancora nelle gambe, abbiamo come l’impressione che tremino ancora. Abbiamo avuto fortuna, inutile negarlo, nonostante tutto eravamo nel posto giusto. Il tempo di riprendere il controllo e siamo subito operativi. Troviamo un angolo ancora più sicuro, cerchiamo di inviare immediatamente un primo sms al nostro amico Francesco, info secca con preghiera di avvisare tutti, di li a poco le linee telefoniche sarebbero diventate ingestibili. Di terremoti qualcosa ne sappiamo, è vero non siamo in Italia ma abbiamo il giusto addestramento per capire che la scossa era stata fortissima, che ci sarebbero stati dei morti e che sicuramente la notizia avrebbe fatto presto il giro del mondo. In Italia erano le prime luci dell’alba. Far sapere a tutti che stavamo bene era sicuramente utile. Secondo step. Dovevamo andarcene da questo buco, anche velocemente. Difficile immaginare altre scosse più forti di questa ma sicuramente altre scosse ce le aspettavamo, meglio trovare una zona più sicura. Rapido sguardo alla mappa, seconda botta di fortuna. Siamo abbastanza vicini al punto dove il taxi ci ha lasciato, strada ampia di ingresso alla città. Meglio di dove siamo ora. Deciso, si va. Percorriamo di corsa un piccolo vicolo e siamo sulla strada principale, rallentiamo e ci mettiamo a camminare al centro della strada. Intorno a noi caos…gente in strada, tantissima. Motorini a tutta birra, auto impazzite… Andiamo fuori dal paese, la strada si fa sempre più ampia ed iniziamo a riprendere fiato. Possiamo respirare, di certo qui siamo al sicuro. Tra le varie opzioni sul da farsi la cosa migliore ci sembra quella di trovare il modo di andare in aeroporto. Il nostro albergo era proprio in centro città, un centro fatto da palazzoni, vicoli stretti, immaginiamo che la situazione non sia delle migliori. Il primo tassista rifiuta, troppo scosso ha lo sguardo fisso nel nulla. Il secondo per nostra fortuna accetta subito. Ci mettiamo in macchina, nel frattempo altre scosse, la gente è tutta fuori, si inizia a fare anche un po’ di fila per strada. Un ponte è chiuso, qualche edificio mostra i segni del terremoto, il tassista gira a sinistra, prende una strada sterrata che costeggia il fiume, un altro ponticello intasato, ancora avanti lungo il fiume fino a trovare un varco (forse un ponte che più che carrabile sembra essere pedonale). A tutta birra dentro a qualche vicolo stretto, avvertiamo che anche il tassista ha un po’ di paura a passare li in mezzo. Sono pochi metri, ci ritroviamo nella strada principale che in pochi passi ci conduce al piazzale dell’aeroporto. Sono le 13….più o meno. Siamo li al sicuro, su un piazzale con l’aeroporto chiuso e senza bagagli. Riprendiamo ancora fiato, ci accomodiamo in terra, cerchiamo un bagno….insomma facciamo in modo di riallineare il tutto. Siamo in buona compagnia, il piazzale si sta riempiendo. Inizia l’attesa, lunga.

Ovviamente non vi sono notizie, nessuno dice niente, poliziotti ovunque ma pochi parlano inglese. Cerchiamo di capire di più ma tutto resta chiuso, dall’Italia Francesco conferma che l’aeroporto è chiuso e quindi l’unica cosa che capiamo presto è che la notte la passeremo qui come avevamo già ipotizzato. Praticamente abbiamo un’unità di crisi personale, l’unico contatto che riusciamo a tenere è solo via sms con Francesco che tramite web ci aggiorna su quello che sta succedendo.

Ma non abbiamo i bagagli. La priorità diventa il loro recupero. Tendenzialmente non vogliamo separarci, andare tutti e 4 in albergo non è cosa buona in quanto la zona di Tamel è una delle più colpite ed anche una zona fatta di vicoletti e palazzoni e pertanto ci ispira poca fiducia. L’unica cosa è mandare un tassista da solo. Diamo il via alla missione recupero bagagli!! Dall’Italia facciamo chiamare l’Hotel, giriamo un poco per il piazzale e troviamo un tassista che ci sembra tranquillo, un ometto di mezza età di nome Sete al quale spieghiamo la situazione. Ci mette un po’ a capire e più volte ci dice che è meglio che uno di noi vada con lui, non riesce proprio a capire perché di 4 che siamo dobbiamo tutti restare li. Ci facciamo prestare un telefono per far parlare il tassista con l’albergo, gli diamo le chiavi delle camere, scriviamo su un foglietto il da farsi e mandiamo il nostro corriere personale. Appena partito incrociamo le dita e ci rimettiamo a sedere.

Altro giro per capire se ci sono novità ma nulla. L’unico modo per capire qualcosa è ogni tanto girare e curiosare. Facciamo scorta di qualche snack e acqua da bere. Avevamo qualcosa nello zaino ma visto che non sappiamo bene valutare i tempi è meglio abbondare.

Francesco, in contatto con l’Hotel, ci dice che il tassista ha caricato tutto ed è partito, dopo una mezza oretta lo vediamo arrivare, sorriso in bocca, dito fuori dal finestrino, strombazzate a destra e manca in segno di vittoria….insomma era quasi più contento lui di noi. Abbiamo scelto proprio la persona giusta. Felici come bambini che hanno ritrovato il loro giocattolo preferito, paghiamo, carichiamo zaini e buste varie su due carrelli e via a cercare un posto per la notte.

Ci sistemiamo dapprima in una saletta anonima, poi, altra botta di fortuna, riusciamo ad entrare nella sala stampa, una saletta con la moquette in terra e poca gente. Fuori non si può stare, fa troppo freddo per come siamo attrezzati noi. La notte passa abbastanza lentamente, siamo svegliati più volte da diverse scosse di assestamento, in questo caso sono veri e propri terremoti di grado superiore al 5. Arriviamo alla mattina, in Italia è notte fonda ma Francesco riapre la sala operativa italiana così cominciamo di nuovo a riavere qualche informazione. Vediamo che piano piano l’aeroporto riprende le sue attività e questo ci fa ben sperare. Ci sta un volo della nostra compagnia anche la mattina, il nostro è schedulato per il pomeriggio, ma la calca è troppa, decidiamo di stare buoni da una parte, nel frattempo guadagniamo l’accesso alla saletta VIP, un divano e qualche attenzione in più. Restiamo li e da li ogni tanto ci affacciamo dentro l’aeroporto. Le attività sono riprese alla grande, siamo sempre più ottimisti. Tra mezzogiorno e le una, a 24 ore dal sisma, prendiamo i bagagli e ci mettiamo in fila per il check-in. Visto che veniamo dalla sala VIP la guardia ci fa passare dal retro, i primi controlli li facciamo veloci senza fare la fila che sta di fuori e siamo nella coda del banco check-in. Tocca quasi a noi quando arriva una delle numerose scosse di assestamento, un 6.5 che fa tremare di nuovo tutto, la corrente se ne va ed inizia una nuova attesa per far ripartire i sistemi. Questo terremoto sta mettendo i nervi a dura prova.

Insomma, dopo ore riusciamo ad ottenere la carta di imbarco, passiamo i controlli ed andiamo verso il gate di imbarco. La situazione è sconvolgente. Le porte sono tutte aperte, la gente è accalcata direttamente sulle piste, alcuni girano per fare foto direttamente in mezzo agli aerei, una cosa mai vista prima.

È un via vai continuo di velivoli, militari e civili, atterri e decolli a tutta birra. Smentite, conferme, cancellazioni, caos, annunci, stiamo qui seduti su 4 sedie in attesa. Francesco più volte ci comunica cambi di programma nei voli, chiudono l’aeroporto temporaneamente, lo riaprono, insomma solo dopo le 17:30 abbiamo la notizia ufficiale: Francesco ci comunica che il nostro aereo è partito e sta arrivando da noi, in questo caso la probabilità che stasera ce ne andiamo è molto alta. Questa notizia ci dà nuova fiducia, esultiamo e anche se sappiamo che ancora tutto è possibile, viste le condizioni, speriamo bene. L’aeroporto è oramai in balia di se stesso, i servizi iniziano a scarseggiare, passare una nuova notte qui dentro sarebbe davvero dura.

Quando gli aerei ricominciano ad atterrare è tutta una festa, la gente applaude, molti fanno festa perché sanno di poter ripartire.

Vediamo, letteralmente, arrivare il nostro aereo intorno alle 20. Emozione unica, siamo sempre più vicini ad andarcene. Ancora attese, raggiungiamo il gatead intuito, seguendo i movimento del velivolo sulla pista. Gli annunci oramai non esistono quasi più e finalmente poco dopo le 23:00 ora locale lasciamo quella che per 34 ore è stata la nostra casa.

Sospiro di sollievo.

Ci rendiamo conto come questa volta siamo stati fortunati, il giorno del terremoto siamo passati più volte per vicoli stretti, siamo andati dentro templi e costruzioni e quando è arrivato stavamo proprio nel miglior posto. Questione di minuti e la polvere, invece che vederla da lontano, potevamo respirarla direttamente.

Il giorno dopo, dall’India, abbiamo avuto modo di vedere tutto da un punto di vista differente. Il viaggio è continuato, come previsto, alla scoperta di altri tesori indiani ma Bhaktapur ci è rimasta nel cuore e leggere che è stata una delle città più colpite ci ha fatto veramente male. Abbiamo riso ma anche pianto, ci siamo spaventati parecchio ma siamo stati anche razionali, abbiamo avuto la fortuna di trovare a casa Francesco che ci ha fornito una marea di informazioni utili senza le quali era davvero difficile venirne fuori così (nessuna informazione e zero connessioni internet). 189 sms scambiati racchiudono circa 36 ore di terremoto del Nepal che stavolta abbiamo vissuto da terremotati!!!

Ancora oggi, a distanza di 3 anni da questa memorabile vicenda, rammarico, pelle d’oca e occhi lucidi la fanno da padrona mentre mi trovo a scrivere queste righe. E’ stata un’esperienza forte, vissuta con persone speciali e superata anche grazie al supporto di tanti amici che in ogni istante ci hanno sostenuto alla grande.


Articolo scritto da Roberto Raspa

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