50 anni fa, la Luna!

Luglio 20, 2019 Redazione

Sembra passato un secolo da quando i primi uomini hanno messo piede sulla Luna il 20 luglio 1969.

Io avevo 20 anni:  studiavo Fisica alla Sapienza di Roma per diventare astronomo, la mia grande passione fin dai tempi della scuola media. Avevo letto i libri di Jules Verne, “Dalla Terra alla Luna” e “Intorno alla Luna”, e mi aspettavo con relativa tranquillità che avrei visto quel viaggio certamente realizzato, anche se non personalmente da me: la mia passione per l’Aeronautica si era scontrata ben presto con la necessità di portare gli occhiali, che mi escludeva automaticamente dalla possibilità di diventare pilota. Ma non mi impediva di osservare col mio piccolo telescopio Luna e Pianeti dal terrazzo di casa, disegnare i crateri lunari, misurare le posizioni dei satelliti di Giove e confrontarli con le effemeridi, ripetendo in piccolo l’esperienza di Galileo.

Dietro la grande corsa alla conquista dello Spazio extraterrestre c’era sicuramente la Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica: non potendo distruggersi a vicenda a colpi di bombe nucleari si poteva dimostrare la propria superiorità in campo neutro, padroneggiando lo Spazio. Ma per l’uomo della strada questo aspetto non era il più importante: il lato simbolico della cosa era di lettura molto più immediata. Era davvero possibile andare sulla Luna? La letteratura umana è ricca di viaggi dalla Terra alla Luna, dal poeta Luciano nel II secolo dopo Cristo, a Keplero, al Barone di Munchausen, all’Orlando Furioso, per restare in ambito europeo; ma erano sempre rimasti sogni, e la Luna nella vita quotidiana serviva a decidere i tempi della semina o del travaso del vino, o a fare la corte alla fidanzata.

Quella sera del 1969 eravamo andati (i miei genitori, mio fratello ed io) a cena da amici per seguire in diretta televisiva (in bianco e nero) il grande evento. I giornalisti più in voga del momento (Ruggero Orlando, Tito Stagno, Piero Forcella…) erano tutti coinvolti, e la RAI aveva organizzato una serata a tempo indeterminato, con ospiti di tutti i tipi: artisti, scrittori, scienziati, storici, filosofi, teologi, perché non si poteva sapere se il modulo di atterraggio sarebbe riuscito davvero a posarsi sulla superficie del nostro satellite all’ora prevista, e poi quando i due astronauti sarebbero scesi per la prima passeggiata. Ricordo che c’era Livio Gratton, professore di Astrofisica alla Sapienza, con cui avrei fatto la tesi di laurea 3 anni dopo, e c’era anche Paolo Maffei, allora assistente di Gratton, che aveva appena scoperto due oggetti infrarossi misteriosi la cui natura era ancora sconosciuta.

Ricordo chiaramente il diverso stato d’animo con cui io e i miei genitori vivevamo quei momenti. Per me era naturale che si sarebbe andati sulla Luna: seguivo tutte le missioni spaziali, dallo Sputnik alle Mercury, avevo fatto il tema in seconda media sul volo di Juri Gagarin, il primo astronauta a fare un giro completo in orbita intorno alla Terra; per loro era la realizzazione di un sogno, che forse era ancora tale, con la paura di perderne la poesia.

Con le missioni spaziali Apollo divennero accessibili al grande pubblico non solo i grigi panorami lunari, ben noti da secoli agli astronomi, ma le foto a colori della Terra vista dallo spazio, esattamente come appariva in tutti i mappamondi delle scuole, con in più le nuvole: un pianeta bianco-azzurro con tracce di marrone, i continenti su cui vive l’umanità. La Terra si mostrava in tutta la sua bellezza, come una sfera lucente vagante nello spazio, come la Luna, il Sole e gli altri corpi celesti: la rivoluzione copernicana arrivava davvero in tutte le case. Oggi i Meteosat scaricano immagini della Terra ogni mezz’ora su nostri computer o smartphone, possiamo comunicare per telefono con chiunque in qualunque punto del pianeta si trovi, abbiamo una gigantesca mole di informazioni aggiornatissime a portata di mano senza bisogno di avere in casa ingombranti enciclopedie cartacee. Tutto ciò è stato possibile per lo sviluppo immenso dell’elettronica e dell’informatica in questi decenni, spinto dalle esigenze militari e dalle esigenze dell’astronautica, che hanno indotto una gigantesco investimento di fondi pubblici in ricerca sia di base che applicativa. Lo scopo immediato era di avere circuiti elettronici sempre più piccoli e leggeri per poter essere usati su un veicolo spaziale. La ragione di questa corsa alla miniaturizzazione è che per mettere in orbita un chilo ne servono circa 40 di razzo e relativo combustibile: per confronto, una comune automobile trasporta 400 chili e ne pesa 1200, con un rapporto 1:3. Queste capacità tecnologiche sono poi state usate in maniera massiccia in campi totalmente diversi da quelli per cui erano stati pensati, assolutamente non immaginabili all’inizio: da cui si ricava innanzitutto che il futuro è difficilmente prevedibile.

La corsa alla Luna impegnò le due superpotenze USA e URSS dagli anni ’50 agli anni ’70, e ha visto utilizzare sia sonde spaziali automatiche che astronavi abitate. Ricapitoliamola per sommi capi.  Da parte Sovietica ci fu la sonda Luna 2 che andò a sbattere sulla Luna nel settembre 1959, seguita un mese dopo dalla Luna 3 che invece girò intorno alla Luna trasmettendo le prime foto della faccia nascosta del nostro satellite. Ancora furono i sovietici a fare un atterraggio morbido con Luna 9 nel febbraio 1966, e a mettersi in orbita stabile intorno alla Luna con Luna 10 un mese dopo. Nel frattempo gli USA con le sonde Ranger 7, 8 e 9 nel 1964-65-66,  cadevano sulla Luna, mandando immagini ravvicinate della superficie lunare. L’urto sulla superficie serviva a misurare la consistenza del suolo lunare e capire se potesse reggere il peso di una astronave in atterraggio. Si sapeva che la Luna era coperta di uno strato di polvere, ma non quanto era spesso: nel caso più sfavorevole si poteva comportare come sabbie mobili, inghiottendo i malcapitati astronauti. Sempre nel 1966 gli USA fecero atterrare morbidamente le sonde Surveyor 1 e 2, e mettevano in orbita due Orbiter per mappare la superficie lunare con un dettaglio di un metro, per stabilire i luoghi di atterraggio adatti per una missione umana. I sovietici intanto avevano fatto atterrare il Luna 13 a dicembre 1966, con diversi strumenti a bordo che funzionarono diversi giorni. La NASA fece atterrare altri 3 Surveyor e mise in orbita Orbiter 5, mentre l’URSS con la sonda Zond 5 nel settembre 1968 mandò intorno alla Luna una capsula con diversi animali che fecero ritorno vivi a terra. Come tutte le altre, la missione fu spiata dagli USA fino al rientro nell’Oceano Indiano e il suo successo li spinse ad accelerare i tempi del programma Apollo: fu così che la navicella Apollo 8 con tre astronauti fu spedita a fare un giro intorno alla Luna già nel dicembre dello stesso anno. Furono loro a fotografare il sorgere della Terra sull’orizzonte lunare, una foto che ebbe grande risonanza mediatica.

E si arriva al 1969, con la Apollo 10 che si mette in orbita lunare, sgancia il modulo di atterraggio che arriva a pochi chilometri dalla superficie, prova tutte le manovre e torna indietro, lasciando al successivo equipaggio dell’Apollo 11 la gloria di andare sui libri di storia come primi uomini sulla Luna. Mi piace qui ricordare l’equipaggio dell’Apollo 10, Thomas Stafford sul modulo orbitale, Eugene Cernan e John Young sul modulo di atterraggio, che arrivati a 15 km dalla superficie della Luna tornarono indietro come previsto dal piano di volo!

Un’ultima nota, per i non addetti ai lavori: non si può andare di nascosto nello spazio. Le trasmissioni radio da una astronave a terra sono captabili da qualunque radiotelescopio, che può quindi misurare esattamente posizione e velocità dell’astronave e prevederne l’orbita. USA e URSS si sono sempre spiati a vicenda, per sapere a che punto erano nella corsa allo spazio, e nessuno ha potuto imbrogliare sui risultati ottenuti.

Di Roberto Nesci

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