Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

17 Luglio, 2019
17 Luglio, 2019 Chiara Partenzi

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?”

Giacomo Leopardi apre con questi versi la sua poetica invocazione all’astro notturno che illumina l’incessante vagare di un pastore errante per le vie dell’Asia.
Silenziosa spettatrice delle vicende umane, la luna diviene confidente di quest’uomo che si interroga di fronte al senso della vita, delle miserie umane, di un universo che ai suoi occhi resta irrimediabilmente incomprensibile. Perduto nella sua contemplazione, questo semplice uomo prende coscienza di quanto le vite dell’uno e dell’altra non siano dissimili: così come la luna compie ogni notte il proprio viaggio nel cielo, in un moto perpetuo destinato a ripetersi per l’eternità, anch’egli ogni giorno percorre le stesse identiche strade insieme al suo gregge, vittima di un consuetudinario meccanismo nei confronti del quale ha perso qualsiasi interesse, sempre ammesso che ci sia mai stato.
Ma il moto lunare è eterno, è un’eterna morte e rinascita, non un inesorabile cammino privo di senso quale la vita umana così come è concepita da questo pastore, che avverte di essere un piccolo uomo al centro di un’esistenza priva di significato ma pregna di dolore, il cui fine ultimo non è altro che la morte.
Preda dell’angoscia di una siffatta condizione, rivolge le proprie invocazioni all’astro lucente che tacito lo osserva da lontano. Perché il destino degli uomini è un perpetuo anelare senza speranza, un affannoso cammino senza alcun senso? Quale potrà mai essere il significato di un’esistenza che non sembra concedere altro se non dolore?
Il pastore interroga la luna, ma è destinato a rimanere ancora senza risposte. Lei sembra ascoltarlo, sembra conoscere il senso ultimo dell’esistenza, ma si trincera nel suo mutismo e mostra così la propria indifferenza verso le piccolezze degli umani:

“Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.”

Lasolinga, eterna peregrina luna, che dall’alto della sua posizione tutto osserva e tutto sa, tace.
Non concede al pastore errante nemmeno la consolazione di una risposta, nemmeno un piccolo segno che serva almeno a chiarire anche uno solo di tutti i suoi “perché”.

“Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?”

L’unica sentenza che la candida luna è in grado di offrire è il proprio silenzio e, seppur consapevole di questa assoluta incomunicabilità tra un semplice essere umano e un astro immortale, il pastore continua a rivolgere a lei le sue preghiere, i suoi quesiti che non trovano responso, se non uno, per esso immutabile: quello della dolorosa ineluttabilità della propria vita.

“Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.”

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Chiara Partenzi

Chiara Partenzi

Chiara, una laurea in editoria e la passione per lo sport e le filastrocche in rima.