Storie in CHIARO-SCURO: Paola Barbato e Matteo Bussola

Giugno 10, 2019
Giugno 10, 2019 Redazione

La scrittrice Paola Barbato

Terra e fuoco (di Paola Barbato)

Paola, da vent’anni sceneggiatrice di Dylan Dog e scrittrice di romanzi, racconta la parte scura e oscura  della quotidianità, esorcizzando le paure e creando storie da cui non ci si libera facilmente. Insieme a Matteo, e alle tre figlie, completano un quadro in tinta “chiaroscuro”.

Tu sei legata molto più di me al concetto di natura, per te è sempre stato fondamentale avere una casa con tanto verde, i cani, i cinghiali, i ghiri! Ma nei tuoi libri la natura è quasi assente, come mai?

Forse perché ho scelto di raccontare il lato cupo di questo mondo, che per me coincide con l’umanità. L’elemento naturale è luce, ossigeno, respiro, l’elemento umano è tutto il contrario. Dico sempre che non riesco ad avere più paura di una tromba d’aria o di un’infestazione di serpenti rispetto alla paura che ho da sempre verso i miei simili. E’ come se l’etica avesse abbandonato il nostro genere, “homo homini lupus” è un insulto ai lupi, secondo me.

Ti chiedono spesso se non temi che questa oscurità che un po’ ti porti dentro possa influenzare le bambine. Io so che non è così, ma hai paura che succeda?

Ogni cosa a suo tempo. Verrà il momento in cui le nostre figlie leggeranno i miei libri e i miei fumetti e avranno una visione completamente nuova della loro mamma. Allora (non prima di qualche anno) avranno la maturità sufficiente per capire che non esiste solo un lato, per ciascuna persona, ma che c’è sempre un punto nascosto al nostro sguardo che non sempre abbiamo modo di esplorare. Poi, certo, la preoccupazione è che un mio certo nichilismo scivoli fuori inavvertitamente in un discorso, ma se dovesse capitare spero che possano elaborarlo seguendo i loro caratteri. Le bambine non sono mie derivazioni, sono esseri a se stanti, nulla stabilisce che debbano reagire come farei io.

Quando ci siamo conosciuti una delle prime cose che mi hai detto era che odiavi viaggiare, spostarti, che per te la “tana” in cui rientrare la sera era fondamentale. Io non l’ho mai ammesso, ma anche per me un po’ vale la stessa cosa, me ne sono accorto quando ho iniziato a spostarmi spesso per promuovere il primo libro. E’ uno dei punti in comune che abbiamo e di cui non eravamo consapevoli, all’inizio.

Vero, sono tantissime le cose che non credevamo di avere in comune e molte meno quelle su cui avevamo puntato. Abbiamo sempre tenuto d’occhio di più le differenze tra cui dovevamo mediare, le abitudini opposte, gli approcci lontani anni luce. Invece un sacco di cose fondamentali, radicate, come questa, non le abbiamo proprio viste. Secondo me c’è stato una specie di raccordo armonico, una sintonizzazione che lavorava sottotraccia mentre noi due ci affannavamo a stabilire da che parte spremere il dentifricio.

Il tuo peccato capitale, dici, è l’ira. Ma non ti arrabbi spesso, tiri urlate a noi quattro, brontoli, qualche volta mi tieni il broncio senza che sappia il perché, ma io, che conosco la rabbia, non te la vedo indossare spesso.

Il vero iracondo è quello che tiene sotto stretta sorveglianza la sua rabbia, perché sa che il suo potere è distruttivo. Mi fa paura eccome, tantissima, e non so mai cosa possa scatenarla. Quindi tengo la guardia alzata perennemente, disinnesco, butto acqua ovunque mi paia salga un filo di fumo. Ma, un po’ come Bruce Banner, credo di essere sempre arrabbiata. E’ l’aspetto di me che più di tutti mi preoccupa.

Quando in casa ci dividiamo i ruoli tra poliziotto buono e poliziotto cattivo le bambine fanno sempre affidamento sulla possibilità di corrompermi, mentre tu sei la mamma tigre. Mi chiedo se ti piacerebbe che i ruoli fossero ribaltati.

Un po’ sì. Un po’ vorrei essere la madre consolatoria e accogliente che deroga a tutte le regole e lascia l’autorità al padre, ma non mi riesce. Forse prendo un po’ troppo sul serio il mio ruolo o forse semplicemente non riesco ad essere una mamma diversa. Quando ti rotoli sul letto con le bambine, facendo loro il solletico, quando accetti nomignoli buffi, quando lasci che loro ti trattino come un compagno di giochi un po’ ti invidio, perché io non ci riesco mai. Gioco, ma resto sempre la mamma, non sono mai un’amica.

Siamo una coppia anomala sotto tutti i punti di vista possibili, c’è chi si sconvolge per lo smistamento dei nostri compiti nella vita quotidiana, altri perché nel mio lavoro io racconto il lato più emotivo della vita e tu quello più crudele, altri ancora perché lavoriamo entrambi in casa e non ci siamo ancora scannati. Qual è il nostro segreto?

Che ce ne freghiamo degli schemi, direi. Che non ci appiccichiamo addosso etichette. Che non crediamo che in un rapporto di coppia i ruoli siano soltanto due o che debbano essere equamente divisi. Noi copriamo lo stesso ruolo, a volte, in contemporanea, altre ce lo scambiamo, altre ancora andiamo agli estremi opposti, senza partire dal presupposto che uno dei due debba essere questo o quello. Siamo cambiati, stiamo cambiando, cambieremo, è un continuo adattamento. L’amore è un elemento mobile, non rigido, scorre, si adatta, muta nella sua forma e anche nella sua sostanza. Se lo sappiamo e sta bene a entrambi allora possiamo essere tutto e il contrario di tutto senza mai tradire ciò che siamo stati o ciò che faremo. Abbiamo sbugiardato un sacco di miti, tra cui quello che non si possa avere una famiglia e una carriera e occuparsi di entrambe. Si fa fatica, molta, ma è possibile. Diventa impossibile solo se lo si esclude a priori. Noi siamo una società, non due singolarità che si limitano a collaborare. È per questo che funziona.


Lo scrittore Matteo Bussola

Acqua e Aria (di Matteo Bussola)

Matteo disegna fumetti e racconta storie. Scrive parlando del lato chiaro della vita, portando su carta il suo essere sognatore e padre di tre bambine, nonché compagno di Paola.

Come disegnatore hai tradotto in immagine il racconto altrui, come scrittore, invece, hai trasmesso con le parole qualcosa che apparteneva solo a te. Viene spontaneo immaginare che prima o poi creerai una tua storia a fumetti da autore unico, ma mi chiedo invece se ti interesserebbe sceneggiare una storia e vederla realizzata graficamente da un altro.

Sì, mi piacerebbe. Solo che prima dovrei imparare a sceneggiare. Perché la sceneggiatura, come sai meglio di me, è proprio un altro lavoro rispetto alla scrittura letteraria. Richiede un controllo ferreo, una misura, un lasciar spazio, la consapevolezza che il 90% della scrittura che metterai sulla pagina non verrà mai letta dal lettore, ma servirà solo al disegnatore per visualizzare la scena. Insomma, non sono ancora bravo abbastanza.

Quella di disegnare era una tua ambizione sin da giovanissimo e forse hai immaginato un Matteo adulto che vivesse di fumetto. Quanto è diversa la proiezione che avevi di te stesso rispetto a ciò che sei?

Molto in apparenza, poco nella sostanza. A parte che io sono riuscito a vivere di solo fumetto per diversi anni – anche se forse sarebbe meglio dire: sopravvivere – la realtà è che io oggi, anche in questa nuova incarnazione di scrittore che ha affiancato la mia precedente di disegnatore, vivo raccontando storie. A volte queste storie le disegno con la matita, a volte le disegno con le parole, ma è solo lo strumento che cambia. L’attitudine che mi muove e lo sguardo che mi anima restano gli stessi.

Le nostre scritture parlando due lingue diverse, hanno codici differenti e colori molto lontani. Quanto è un bene, questo, e quanto, invece, può rappresentare un’occasione mancata?

E’ un bene perché ho la presunzione di pensare che, in questo modo, ognuno possa imparare qualcosa dalla scrittura dell’altro, dalla sua visione del mondo. E’ un fatto, per esempio, che io da te ho imparato maggiore sintesi e ad andare (più) dritto al cuore delle cose, e tu da me hai forse imparato una maggiore morbidezza, anche su Facebook, o comunque a non essere sempre netta e tranchant. È meno bene nel senso che, a volte, si ha l’impressione di parlare due lingue differenti e si fa più fatica a capirsi. Però, questo aspetto, più che un’occasione mancata diventa un’occasione trovata, perché cercare di imparare la lingua dell’altro ci sposta dalle nostre posizioni e dalle nostre certezze, è un confronto sempre utile.

C’è un gioco che chiede di definirsi in cinque parole. Possono essere una lista di aggettivi, una definizione di ruoli, una suggestione. Quali sono i tuoi. 

Ingenuo, irascibile, leale, spaventato, curioso.

Gran parte dei lettori ti identifica principalmente con il tuo ruolo di padre, ma ci sono tantissimi altri aspetti di te che sono altrettanto preponderanti. Quale vorresti emergesse maggiormente dai tuoi scritti?

Va tutto bene, esattamente così. Anche perché il ruolo di padre, alla fine, contiene in un certo senso tutto il resto

Perché la cucina è il tuo regno intoccabile e inaccessibile? Cosa ti spinge a difendere con le unghie e con i denti quello spazio?

Perché non sono disposto a trattare la cucina come una questione superficiale. Perché la cucina è un modo di stare nel mondo sul quale non riesco a scendere a compromessi. Perché le cose in cucina hanno un modo e un verso, e soffro terribilmente quando le vedo fatte in un altro modo e in un altro verso. Perché la cucina non è solo un fatto culturale, ma è anche una questione di responsabilità: preparare una pietanza che entrerà nel corpo di un’altra persona, nel suo e solo nel suo, è un vero atto d’amore. E poi mi conforta sapere che c’è almeno UN posto della casa sul quale riesco ad avere assoluto controllo, o almeno mi piace illudermi che sia così. Insomma, la cucina è il contributo giornaliero alla mia lotta contro l’entropia dell’Universo.

Viaggi molto, i tuoi occhi da architetto ti richiamano mai indietro come le sirene, di fronte alle bellezze che incroci lungo il cammino?

Se intendi dal punto di vista della professione, no. Però le bellezze che incrocio nei miei viaggi entrano in tutto il resto: nella scrittura, nei disegni, nei miei piatti.

Hai molte paure, alcune dichiarate, la maggior parte invece cerchi di trattenerle. Cos’è la paura, per te?

La paura è il mio migliore alleato. La paura della paura, invece, è il più pericoloso dei miei nemici.

Ti hanno dato dell’influencer e di solito ci ridi su. Eppure è una piccola forma di potere a cui molti ambiscono, Ma anche da piccoli poteri possono derivare grandi responsabilità?

Sì. Perché non dovremmo mai dimenticare che sui social  noi interagiamo con persone. E quando con queste persone hai stabilito negli anni un rapporto di fiducia, è importante cercare di non tradirla. Su tutto, dovremmo considerare che la rete – social compresi – non è altro che una grande scatola vuota, e funziona con i contenuti che NOI produciamo. Per questo dovremmo responsabilizzarci maggiormente rispetto a ciò che immettiamo in rete, al linguaggio che usiamo e alla maniera che abbiamo di approcciarci agli altri. In luoghi come Facebook le parole sono tutto ciò che abbiamo per dichiarare chi siamo. Per questo è fondamentale imparare a usarle bene.

In quale personaggio a fumetti ti identificavi e forse ti identifichi anche ora?

Stavo per dire Rocky Joe. Ma forse è più realistico Rat-Man.

Definisci un istante perfetto.

Tutte le sere, intorno alle 20.30, l’esatto momento in cui Melania si sdraia sulla mia pancia, e mi chiede di accarezzarle la testa mentre guardiamo insieme un nuovo episodio di Dragon Ball.

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