[Speciale Festa di Scienza e Filosofia 2019] Intervista a Salvatore Altiero

20 Aprile, 2019
20 Aprile, 2019 Enrico Falchi

Intervista a Salvatore Altiero

Salvatore Altiero, attivista e giornalista freelance in campo ambientale. Laureato in Scienze politiche per la Cooperazione e lo sviluppo, coautore del report “Crisi ambientale e migrazioni forzate. Nuovi esodi al tempo dei cambiamenti climatici”.

 

L’opinione pubblica fino ad ora considerava i fenomeni migratori dovuti unicamente alla guerra e alle problematiche economiche. Oggi ci viene presentata una nuova tipologia di migrazioni dovute ai cambiamenti climatici. Quanto dobbiamo preoccuparci?

Esiste sicuramente un modo di pensare che vede le migrazioni come un problema e una minaccia, questo chiaramente non è il mio punto di vista. Anche i dati a nostra disposizione ci spiegano che tutto questo parlare di emergenza, di sostituzione etnica, non è giustificato. Nel 2018 in Italia sono arrivate meno di venticinquemila persone, in tutta Europa si parla di centomila arrivi, un quartiere di Roma per intenderci. É assurdo pensare che una delle aree più ricche, benestanti e prospere del pianeta non sia in grado di affrontare con umanità questo tipo di numeri. Quello di cui viceversa dobbiamo preoccuparci sono le cause per le quali le persone sono costrette a spostarsi dai luoghi di origine e tra queste i fenomeni climatici sono oramai un driver di migrazione che supera guerre e conflitti. Oggi nel mondo migrano più persone a causa di eventi climatici estremi piuttosto che per altri motivi.

 

Leggendo la prefazione dell’edizione 2016 del report “Crisi ambientale e migrazioni forzate” di cui è coautore, si parla addirittura di una parte del mondo economico che vede nel cambiamento climatico addirittura un’opportunità di business. Parlo dell’apertura di nuove rotte marittime, possibili grazie allo scioglimento dei ghiacci del nord. Ci può spiegare meglio?

Diciamo che quell’esempio, riportato nella prima edizione del report, era volutamente una provocazione per denunciare il fatto che siamo in grado oramai di sfruttare, o di pensare di poter sfruttare economicamente, persino qualcosa che sta portando l’uomo non all’estinzione ma all’autodistruzione. Abbiamo il triste primato di essere l’unica specie vivente che non rischia l’estinzione ma rischia di autodistruggersi, eppure noi pensiamo che grazie allo scioglimento dei ghiacciai si possano aprire nuove rotte per il commercio marittimo e quindi ottenere un risparmio economico. Consideriamo anche che ancora oggi la maggior parte delle merci viaggia su navi contribuendo dunque in modo massiccio all’inquinamento atmosferico. D’altro canto le mutazioni climatiche, come accennavamo prima, hanno un impatto fortissimo sui fenomeni migratori. Parliamo di mutazioni climatiche ma anche dell’impatto sull’uomo delle grandi opere, delle grandi dighe o del Water Grabbing, che costringono intere popolazioni a spostarsi e abbandonare le proprie case. I numeri sono altissimi, i migranti ambientali oramai sono di gran lunga i più numerosi. Tra l’altro siamo abituati a considerare le migrazioni come fenomeni internazionali: il migrante è colui che attraversa i confini degli stati. In realtà la stragrande maggioranza del fenomeno migratorio si svolge all’interno del confine degli stati di appartenenza. Qui abbiamo dei dati che ci dicono che su trenta milioni di migranti interni a livello globale, più della metà sono migranti creati da eventi climatici estremi.

 

Tornando alle cause del riscaldamento globale e delle mutazioni climatiche. Si ha come l’impressione che nonostante gli appelli la situazione non venga presa nella dovuta considerazione. L’umanità si avvicina al “baratro” con “l’applauso del pubblico pagante”. Cosa c’è di sbagliato, anche nella comunicazione globale, se l’unica voce che si alza forte su questi temi è quella di una bambina di 15 anni?

Meno male tra l’altro che ci sia una bambina di 15 anni a portare un po’ di attenzione su questo tema. In realtà Greta ci dimostra che basterebbe molto poco e soprattutto basterebbe una volontà politica per portare all’attenzione di tutti il tema del cambiamento climatico. Quello che posso dire è che viviamo un’epoca in cui una parte del pianeta, avendo ancora le risorse economiche e strutturali per far fronte agli effetti del cambiamento climatico, riesce a posticipare il momento in cui dovrà fare i conti con il disastro. Ci sono viceversa altre aree in cui le conseguenze e l’impatto dei cambiamenti climatici sono già in atto, in questi luoghi non è più possibile perdere altro tempo. Pensiamo ad alcune isole del pacifico che tra pochi anni potrebbero essere letteralmente inghiottite dal mare, oppure di ciò che è accaduto in Mozambico con l’ultimo ciclone.
Questa diversità di percezione del problema credo sia l’unico motivo per cui nel mondo non si riesca ad avere una più decisa e radicale inversione di rotta su tema ambientale, soprattutto un cambiamento nel sistema di produzione e consumo.

Enrico Falchi insieme a Salvatore Altiero

Vista così la situazione sembra veramente complicata, per non parlare poi del fatto che l’acuirsi dei fenomeni migratori non fa altro che alimentare gli egoismi e la xenofobia che sembra dilagare in tutto il mondo. Quali sono le speranze e le prospettive?

Credo che ciò che accade politicamente nel mondo sia più che altro un tentativo di distrazione di massa. Fa comodo a qualcuno il fatto che la prima preoccupazione degli italiani o degli europei sia il fenomeno migratorio, siano i migranti che arrivano. Fa comodo perché ci distrae da necessità politiche ed economiche ben più gravi. Invece di far male alle aziende del fossile, invece di modificare le politiche energetiche ci si scaglia su chi scappa da disastri, guerre e persecuzioni. Un fenomeno che stiamo osservando tutti nel panorama mediatico e politico attuale. Tuttavia in questi giorni, quello che mi ha veramente impressionato è il dibattito che si è aperto rispetto all’ultima crisi in Sudan. Ero abituato a una dialettica che in questi casi, difronte alla prospettiva imminente di una guerra, iniziava a parlare di mantenimento della pace, di rispetto dei diritti umani, di democrazia ecc. In questi giorni guardando i telegiornali o leggendo i quotidiani, quello di cui si parla sono gli interessi economici da tutelare e la possibilità che, nel caso in cui in Sudan si profilasse un nuovo scenario di guerra, l’Europa sarebbe costretta ad accogliere nuovi migranti e rifugiati. Si ha l’impressione che tutta una serie di tabù siano stati sdoganati. Prima avere sentimenti o dimostrare sentimenti razzisti era qualcosa per cui si provava vergogna, oggi non è più così. Allo stesso modo non si prova più vergogna ad ammettere che si interviene in determinati paesi solo per interessi economici, via tutta quella retorica che spesso lasciava il tempo che trovava, però via anche tutta la retorica sui diritti umani, sulla democrazia e sulla volontà dei popoli.

 

Parlando proprio del Sudan, sono rimasto particolarmente toccato dalle parole di Papa Francesco rivolte ai politici di questo paese per esortarli a tentare di mantenere la pace. “Litigate all’interno dei palazzi ma davanti al popolo mani unite, solo cosi vi trasformerete da semplici cittadini in padri della patria”. A seguire il pontefice ha fatto un gesto bellissimo inginocchiandosi e baciando ad uno ad uno i piedi di tutti i politici presenti. Quanto la parola e l’esempio di Papa Francesco sono importanti per darci una guida e una speranza?

Questa domanda la sta facendo alla persona giusta proprio perché non mi ritengo un cattolico credente. Tuttavia quello che dimostra Papa Francesco è la possibilità che, anche tra pensieri diversi, ci possa essere un dialogo. Ritengo Bergoglio una delle figure più politicamente di sinistra presenti oggi in Italia, così come penso che nel vangelo ci sia un forte messaggio politico che ho sempre visto come un messaggio di giustizia sociale. Papa Francesco, a mio avviso, sta rappresentando molto bene questi valori. In un panorama in cui il dibattito è divenuto essenzialmente concentrato sull’attacco personale, sull’offesa e l’insulto, è difficile seguire anche semplicemente un talk televisivo. Papa Francesco si distingue per la sua capacita comunicativa e per la determinazione con cui riporta il dibattito sui valori. La sua enciclica sull’ambiente in questo senso è qualcosa di straordinario. È quanto mai necessario oggi un modo di parlare e comunicare che riporti l’attenzione su quelli che sono valori di solidarietà, di dialogo e di confronto, in questo campo l’opera di Papa Francesco è veramente fondamentale.

 

Per concludere vorrei chiederle quale potrebbe essere il messaggio di speranza che possiamo consegnare ai giovani che oggi si stano mobilitando per il loro diritto ad avere un futuro?

Da questo punto di vista credo che nelle mobilitazioni per il clima si possa leggere un parallelo con le mobilitazioni che abbiamo sempre visto per la giustizia sociale. Quando diciamo che il cambiamento climatico sta sottraendo il futuro ai nostri giovani, allo stesso modo ammettiamo che il “sistema capitalistico” è oramai in crisi da due punti di vista. Si fondava su una sperequazione della distribuzione della ricchezza e si fonda su uno sfruttamento della natura che diventa oramai insostenibile. Insostenibile perché le disuguaglianze economiche sono troppo accentuate e insostenibile perché non è più possibile estrarre risorse dal nostro pianeta. Perciò quando vedo i giovani in piazza per il clima, penso che sia qualcosa di molto simile a quello che ho vissuto io a Genova con il movimento No-Global. Sono due movimenti che hanno molto in comune. Mi auguro che continuino le manifestazioni di piazza e soprattutto che questa attivazione politica sia supportata anche da una adeguata formazione. Attualmente il movimento è ancora abbastanza acerbo, legato più agli slogan che comunque servono e sono importanti. Tuttavia queste sono tematiche che se non hanno alle spalle una formazione, politica ma anche tecnica, potrebbero perdere la loro efficacia. Mi sento comunque d’incoraggiare i giovani su questa strada, l’attivismo politico come lo ho vissuto anche io ti porta a pensare di essere dalla parte giusta.

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Enrico Falchi

Enrico Falchi

Grafico pubblicitario per professione, corridore incallito per passione e scrittore per caso.